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Teatro greco, a Siracusa la donna e la guerra fra tragedia e lucida ironia

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Se vogliamo indicare una cifra complessiva che contraddistingua, in estrema sintesi, la proposta delle due opere euripidee, realizzate dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico per la cinquantacinquesima edizione delle rappresentazioni classiche, in corso di svolgimento al teatro greco di Siracusa, è inevitabile che la nostra attenzione si punti su quattro forti figure femminili: da una parte, l’Elena del titolo del dramma dall’insolito happy ending (come in “Alcesti” Euripide qui non fa morire nessuno) e l’Ecuba che domina ed anima la scena delle “Troiane”; dall’altra, Laura Marinoni e Maddalena Crippa, le bravissime attrici che a quei ruoli danno corpo, voce, forza, sentimenti, umori, tensioni.

È la donna la protagonista assoluta di questo appuntamento siracusano con il classico, che, sera dopo sera, accoglie un numerosissimo pubblico variopinto e vivace che, nel contempo, si rivela attento e disciplinato. Mentre gli spettatori attendono che gli ultimi raggi di sole abbandonino la cavea perché lo spettacolo possa avere inizio, c’è chi mangia un panino, c’è chi s’attacca alla bottiglietta dell’acqua, c’è addirittura chi fa la ola come se si trovasse sugli spalti di uno stadio (qualcuno, addirittura, esibisce con orgoglio la fascia della propria squadra del cuore, rivelando la provenienza da fuori regione). Poi, quando qualcuno si fa avanti sulla skené accompagnato dai suoni della musica di scena (o, come nel caso delle “Troiane”, da una serie di sonori spari che ti fanno anche sussultare), tutti si concentrano sulle vicende rappresentate, magari sbirciando il testo del libretto acquistato al bookshop.

Se per un verso possiamo unificare per gli aspetti tematici e contenutistici le due opere, per l’altro siamo costretti a separarle dal punto di vista degli esiti finali. Ciò che il regista Davide Livermore fa di “Elena”, pur scontentando gli irriducibili che dal classico pretendono solo fedeltà e aderenza, è davvero geniale e risponde ad un disegno drammaturgico assai rigoroso, con un segno che riesce a passare con disinvoltura dal pathos delle angosce vissute dalla protagonista – sulla quale incombe l’accusa di aver provocato la guerra di Troia e i tanti lutti connessi – alle atmosfere frivole dell’operà comique settecentesca, facendo muovere attori e coro dentro l’acqua di un laghetto, che domina lo spazio scenico progettato dallo stesso Livermore.
In “Elena” il mito della bella mangiatrice di uomini viene reinterpretato e stemperato dall’attribuzione delle colpe ad una sorta di “doppio”, un’illusoria immagine creata da Hera e consegnata al bel Paride, mentre la vera Elena viene affidata, per tutta la durata dell’infame guerra alle cure del re egiziano Proteo e, alla morte di quest’ultimo, a quelle del figlio Teoclimeno che desidererebbe impalmarla, visto che la donna non ha più notizie del marito Menelao. L’inatteso arrivo dell’Atride, però, cambia tutto ed Elena, con uno stratagemma, farà ritorno in patria con il legittimo compagno.

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Nella macchina scenica messa in atto da Livermore ben s’innesta, assumendo praticamente un ruolo protagonistico, la coinvolgente e intrigante musica di Andrea Chenna (con un minuscolo contributo di Ravel e Boccherini), che amalgama in un tappeto sonoro continuo citazioni, suoni elettronici, l’arpa imbracciata dalla corifea Federica Quartana, rumori, voci, persino il fruscio provocato dallo spostamento degli attori in acqua. Al ruolo di Elena Laura Marinoni dà la propria prepotente sensualità e doti attoriali che riescono a rendere con forza drammatica e gustosa lepidezza i diversi registri. Con lei si muove un cast che risponde benissimo al dettato registico e convince: Sax Nicosia, Viola Marietti, Mariagrazia Solano, Maria Chiara Centorami, Linda Gennari, Simonetta Cartia, Giancarlo Judica Cordiglia; i coreuti-danzatori Bruno Di Chiara, Django Guerzoni, Giancarlo Latina, Silvio Laviano, Turi Moricca, Marouane Zotti, Marcello Gravina e Vladimir Randazzo.

Nell’affrontare “Le Troiane”, che, lasciatecelo dire, è una delle più belle e affascinanti tragedie di Euripide, la regista francese Muriel Mayette-Holtz ha preferito aggiungere significati “altri” al lavoro, piuttosto che metter su un impianto drammaturgico ben più coinvolgente. A cominciare dalla scena progettata dall’architetto Stefano Boeri, che ha creato un bosco di tronchi recuperati dalla tempesta abbattutasi, lo scorso ottobre, sulle montagne della Carnia, in Friuli. A repliche concluse, il materiale è destinato ad essere utilizzato dalle falegnamerie siciliane perché possano avere nuova vita. Non solo: al termine di ogni replica delle “Troiane”, la protagonista consegna ad un giovanissimo spettatore una pianta destinata ad essere messa a dimora in uno spazio all’interno della città di Siracusa.
La Mayette-Holtz non riesce ad sfruttare appieno le potenzialità di un’opera pregnante di stimoli e suggestioni e punta tutto sull’interpretazione di altissima scuola di Maddalena Crippa, un’Ecuba che non si lascia abbattere dalla dolorosa sconfitta subita dalla città di cui è stata regina. Dopo aver eliminato tutti gli eroi e occupato Troia, gli achei s’impongono il proposito di rendere schiave le donne della città. Taltibio, araldo di Agamennone, insieme con le sue guardie che sembrano proprio delle “SS” hitleriane, ha l’ingrato compito operativo.

Accanto alla Crippa, Paolo Rossi delinea un buon Taltibio, senza liberarsi del tutto della sua maschera di apprezzato comico, Graziano Piazza e Viola Graziosi trattano con alta professionalità Menelao ed Elena alla resa dei conti dopo l’adulterio, Elena Arvigo è l’Andromaca mater dolorosa che piange il suo Astianatte (il piccolo Riccardo Scalia); con loro Francesca Ciocchetti (Atena), Massimo Cimaglia (Poseidone), Marial Bajma Riva (Cassandra), Clara Galante (Corifeo); Elena Polic Greco guida un coro con le musiche di Cyril Giroux, che a tratti parrebbero evocare l’oratorio salesiano o una gita scolastica, con Fiammetta Poidomani alla chitarra e formato da Doriana La Fauci, Maria Baio, Maria Gabriella Biondini, Cettina Bongiovanni, Carmen Cappuccio, Irene Di Maria, Lucia Imprescia, Rosamaria Liistro, Giusy Lisi e Maria Verdi, con la partecipazione degli allievi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico, sezione “Giusto Monaco” Giulia Antille, Beatrice Barone, Priscilla Bavieri, Virginia Bianco, Simona Caleca, Irene Cangemi, Serena Carignola, Serena Chiavetta, Federica Cinque, Benedetta D’Amico, Simona De Sarno, Ambra Denaro, Adele Di Bella, Giorgia Greco, Federica Gurrieri, Irene Jona, Giorgina Kezich, Valentina Lo Manto, Sveva Mariani, Sara Mancuso, Vittoria Mangiafico, Ornella Matragna, Giulia Messina, Silvia Messina, Irene Mori, Arianna Pastena, Francesca Piccolo, Daniela Quaranta, Isabella Sciortino, Alba Sofia Vella, Francesca Vignali, Gaia Viscuso e Gabriella Zito; e ancora Riccardo Livermore, Davide Raffaello Lauro, Gabriele Rametta, Alessio Iwasa, Nicola Morucci, Andrea Pacelli, Massimo Marchese, Francesco Piraneo e Salvatore Amenta.
Anche i bei costumi di Marcella Salvo portano alla mente accostamenti a varie iconografie, cinematografiche come “Metropolis” e “Blade Runner”, artistiche come Giuseppe Pellizza da Volpedo col suo “Quarto stato” o il Realismo socialista, oppure, più semplicemente, ai muratori che tornano dal cantiere con i vestiti inzaccherati dalla calce.

Si replica, a giorni alterni, fino al 23 giugno. Il 28 giugno debutta la commedia di Aristofane “Lisistrata” con Elisabetta Pozzi, Massimo Lopez e Tullio Solenghi che firma anche la regia.