È tempo di preparare i famosi test d’ingresso. Dato che ormai la situazione la conosciamo tutti, quando avremo fatto e corretto i test, non fermiamoci al punteggio ottenuto dallo studente. Chiediamoci piuttosto quale punteggio otterrebbe il test d’ingresso al suo test più importante: «Sei servito a cambiare qualcosa?».
Se la risposta è no — e, navigati come siamo, la conosciamo già, perché la programmazione procede comunque per la sua strada e il test lo si fa solo perché si “deve” fare — allora il problema non è il punteggio basso dello studente, nonostante il giudizio ottimo della scuola di provenienza. L’insufficienza è del test. Per cui prima di valutare lo studente, valutiamo lo strumento che pretende di valutarlo.
Chi di voi ricorda la vecchia domanda: sono intelligenti i test di intelligenza?
Fuor di metafora, per sapere cosa sa, per esempio di grammatica italiana, non potrebbe essere sufficiente una manciata di domande? Basterebbe vedere se distingue un aggettivo da un verbo o se sa riconoscere il “se” di un periodo ipotetico dal “se” di un’interrogativa indiretta (senza considerare automaticamente sbagliato, come spesso accade, il condizionale dopo il se e sostituirlo comunque con il congiuntivo).
Per collocare nello spazio e nel tempo un fatto, un nodo storico, un evento c’è veramente bisogno di una serie di domande scritte? Per valutare se lo studente ha chiari i concetti di analessi e prolessi, fabula e intreccio, autore, narratore e narratario serve un brano stampato che spesso occupa più pagine? Vale la pena sperperare pagine e pagine, inchiostro, stampanti che vanno in tilt, e noi con esse, complici anche le alte temperature di settembre? Per sapere che l’acqua del mare è salata, basta un attimo. Anche per capire cosa introduce il “se” in una frase: un attimo!
A coloro che sanno (o presumono di sapere sol perché ripetono a memoria Art., Comma, Sub., ecc. come i bambini le preghiere all’asilo) spieghiamo subito che nei riferimenti normativi:
non esiste un obbligo nazionale di somministrare i test d’ingresso. Possono però diventare un adempimento previsto dalla singola istituzione scolastica in attuazione delle proprie scelte collegiali, ma nulla di più.
C’è l’obbligo/compito di valutare; ci sono criteri e modalità stabiliti collegialmente; c’è l’autonomia professionale del docente; c’è la funzione formativa della valutazione. Il passaggio da tutto questo al fascicolo di domande da fotocopiare a settembre è una scelta didattico-organizzativa, non un comando del legislatore. È una scelta nostra. Punto.
Alla soglia della pensione, seccato per tante ore sottratte alla bellezza della disciplina che insegno non posso tacere su alcune mie considerazioni. Signori, torniamo all’antico per costruire il futuro!
Una volta il professore i primi giorni di scuola entrava in una classe che non conosceva e poneva agli alunni una domanda: da dove vieni e perché hai scelto questa scuola?
Nella risposta della matricola, il docente poteva già cogliere tutto: la ricchezza del lessico, la capacità di esprimersi, la dizione, la gestione dell’ansia, la timidezza. E soprattutto, guardando negli occhi lo studente, cominciava a conoscerlo. Basta. Non servivano batterie di domande, non serviva sperperare pagine e toner, le case editrici non dovevano stampare i fascicoli dei test d’ingresso con le relative risposte (spesso sbagliate!).
Era tutto più semplice, ma non per questo meno valido. Anzi: dopo la prima settimana c’era già una certa empatica tra docente e discente. Era la scuola di un tempo, ma era una bella scuola. Era il vero “mestiere” dell’insegnare: la relazione umana ed empatica.
L’aula non può ridursi a crocette, a vero o falso, a prima o dopo. Le griglie di valutazione, i test standardizzati e le crocette fotografano il prodotto (cosa sa lo studente in quel preciso secondo), ma ignorano completamente il processo (chi è lo studente, da dove parte, qual è il suo potenziale). Un test a risposta multipla non potrà mai restituirmi la storia di “quel” ragazzo.
L’aula deve essere un luogo di incontro tra persone. Le crocette vanno bene forse, ma nemmeno, per gestire grandi numeri. Qui, in quel semplice “da dove vieni e perché sei qui”, un docente esperto e appassionato è in grado di leggere l’universo che ha davanti molto meglio di qualunque griglia di valutazione standardizzata. Altrimenti il rischio sarà la depersonalizzazione. Purtroppo.
Forse l’educazione all’affettività parte proprio da questo: gli sguardi che si incrociano per capirsi. Nel momento in cui l’aula smette di essere un “teatro delle crocette” e torna a essere una “comunità di persone”!
Ed è qui che la bellezza dei versi, per esempio: «E gli occhi rispondevano agli occhi.», «Negli occhi tuoi si vede il mio pensiero», «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale», o ancora lasciandosi cullare dalle parole delle canzoni «Tu sei, sei sostanza dei sogni miei» «E ti vengo a cercare / anche solo per vedere come stai» declamate con tono dal docente può evocare quella profonda connessione umana e l’intensità degli sguardi cui accennavo.
Pietro Paolo LUVARÀ