Sono una docente della scuola secondaria di primo grado, idonea al concorso PNRR1 per la classe di concorso A028 (Matematica e Scienze) nella Regione Puglia. Vi scrivo perché credo che la mia esperienza personale possa portare all’attenzione un problema che riguarda molti docenti precari e che merita una riflessione pubblica: il valore delle idoneità conseguite nei concorsi e le conseguenze di un sistema che prevede il susseguirsi di nuove procedure senza un adeguato equilibrio tra le graduatorie.
Nel marzo 2024 ho deciso di partecipare al primo concorso PNRR. In quel periodo lavoravo già a tempo pieno come docente e avevo due figli. Nel maggio 2024, poco prima della prova scritta, ho scoperto di essere in attesa del mio terzo figlio.
Nonostante la gravidanza, il lavoro e la gestione familiare, ho scelto di non rinunciare.
Ho affrontato la prova scritta percorrendo circa 200 chilometri da casa e l’ho superata. Successivamente ho continuato a prepararmi per la prova pratica e orale, svolte ad Andrano, a circa 400 chilometri dalla mia abitazione.
Parallelamente ho affrontato anche il percorso necessario per conseguire l’abilitazione all’insegnamento, investendo tempo, energie e sacrifici per ottenere il riconoscimento della mia professionalità.
Il concorso PNRR1, per la classe di concorso A028 in Puglia, prevedeva solamente 15 posti. Ho superato la procedura risultando idonea.
Successivamente sono stati banditi altri concorsi per la stessa classe di concorso e per la stessa regione: il PNRR2 con 100 posti e il PNRR3 con 150 posti.
Non ho partecipato al PNRR2. Con tre figli, di cui una neonata, non me la sono sentita di affrontare nuovamente lunghi spostamenti, trasferte e giorni lontana dalla mia famiglia. Non è stata una scelta dettata dalla mancanza di volontà o di ambizione, ma dalla necessità di conciliare un percorso professionale con una situazione familiare reale.
La mancata partecipazione al PNRR3, invece, è stata determinata da una situazione ancora più grave: mio figlio Filippo si è ammalato di leucemia. Per mesi sono stata ricoverata fuori regione accanto a lui durante un lungo percorso terapeutico, culminato con un trapianto di midollo osseo. In quel periodo tutte le mie energie erano dedicate alla sua cura e alla sua presenza.
Non racconto questi aspetti per chiedere un trattamento privilegiato. Le vicende personali non possono sostituire i criteri di legge. Ma credo sia necessario interrogarsi su un sistema che rischia di penalizzare chi, dopo aver già dimostrato il proprio valore, non riesce a partecipare a ogni nuova procedura concorsuale.
È vero che l’attuale sistema di reclutamento prevede l’utilizzo degli elenchi regionali degli idonei. Tuttavia, è necessario osservare cosa accade concretamente.
Se per la stessa classe di concorso e nella stessa regione il primo concorso PNRR prevedeva soltanto 15 posti, mentre le procedure successive hanno previsto 100 e poi 150 posti, è evidente che, considerando il numero delle immissioni in ruolo, la possibilità concreta per gli idonei della prima procedura di arrivare allo scorrimento regionale rischia di diventare molto ridotta.
La questione non riguarda il diritto dei colleghi che hanno partecipato ai concorsi successivi e che hanno legittimamente ottenuto il ruolo. Il problema è chiedersi quale valore venga realmente riconosciuto a chi ha superato per primo una selezione pubblica, risultando idoneo, se nuove procedure con numeri molto più elevati rischiano di rendere quasi irraggiungibile la possibilità di assunzione.
La mia esperienza quotidiana rende questa situazione ancora più evidente. Presto servizio presso l’Istituto Roseti di Biccari (Foggia), dove per l’anno scolastico 2026/2027 erano disponibili quattro cattedre per la classe A028. Tutte e quattro sono state assegnate attraverso la graduatoria PNRR3.
Pur essendo inserita nell’elenco regionale degli idonei PNRR1 per la stessa classe di concorso e nella stessa regione, non ho avuto alcuna possibilità di concorrere per quei posti.
Non si tratta quindi di contestare le assunzioni dei colleghi, che hanno superato una procedura concorsuale e meritano il loro ruolo. Si tratta di evidenziare una possibile contraddizione di sistema: un docente può superare un concorso pubblico altamente selettivo, dimostrare la propria preparazione e ottenere un’idoneità, ma vedere progressivamente diminuire il valore concreto di quel risultato con il susseguirsi di nuovi bandi.
Questa situazione merita anche una riflessione sul rapporto tra donne, maternità e carriera. Molte docenti affrontano concorsi, formazione e lavoro mentre crescono figli o affrontano situazioni familiari complesse. Un sistema equo dovrebbe valorizzare il merito già accertato, non trasformare il percorso verso il ruolo in una corsa continua che rischia di penalizzare chi, per ragioni di vita, non può partecipare a ogni nuova selezione.
La mia non è una richiesta personale, ma una domanda rivolta alle istituzioni:
se un docente ha già superato una selezione pubblica dimostrando preparazione e competenza, quale tutela deve essere riconosciuta al merito già certificato dallo Stato?
Credo sia necessaria una riflessione seria sulle modalità di utilizzo delle graduatorie degli idonei, affinché il valore delle procedure concorsuali già superate non venga vanificato e affinché il sistema di reclutamento possa essere realmente equo per tutti.
Luana Autullo