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Test psico-attitudinali ai docenti, Giuliani: meglio a fine carriera quando sono stremati, ma occhio a chi affidarli

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I test psico-attitudinali al personale docente, che si stanno introducendo nella scuola dell’Infanzia, andrebbero svolti periodicamente, non solo all’inizio della carriera per verificare l’attitudine all’insegnamento. Ma, soprattutto, le verifiche dovrebbero essere affidate ad esperti che conoscono il mondo della scuola, altrimenti è tutto inutile. A dirlo, nel corso della trasmissione radiofonica Open Day del 24 luglio, andata in onda su Radio Cusano, è stato il nostro direttore Alessandro Giuliani.

Verifiche in itinere

“Premesso che i casi che giungono alla ribalta delle cronache sono percentualmente un numero ridotto – ha ricordato Giuliani -, se pensiamo a quante classi e alunni abbiamo in Italia, il punto è capire se effettivamente le valutazioni dei compatibilità con la professione vengano mantenute nel tempo: un insegnante che svolge per oltre 30 anni questo mestiere, arriva stremato alle soglie dei 60 anni e non riesce più a gestire la fatica e le emozioni, fino a sconfinare nei gesti di violenza”.

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“Sarebbe importante – ha detto ancora il direttore – che le valutazioni venissero realizzate anche in itinere: non solo quando si è giovani, abili e arruolabili, ma anche ogni cinque o dieci anni. E soprattutto sarebbe importante capire come vengono fatte le valutazioni. Ovviamente, non basta un test scritto, ma servirebbe uno psicologo, un esperto che conosca anche la scuola” e le sue dinamiche.

Lavoro complesso che comporta alti investimenti

Verificare l’attitudine all’insegnamento, ha proseguito Giuliani, “è un lavoro complesso, che necessita di una preparazione notevole”. Servirebbe, considerando gli alti numeri del personale della scuola, una vera e propria “task force, un numero molto alto di persone esperte impegnate“.

L’impressione è che, invece”, anche nei disegni di legge all’esame delle commissioni parlamentari “si stia parlando di norme generali e non di importanti investimenti per coinvolgere” una rete di psicologi ed esperti, allora sì davvero utili a prevenire incompatibilità all’insegnamento e a prevenire gesti estremi di violenza nei confronti degli alunni“.

Lavoro: serve la laurea, ma ce l’hanno in pochi

Nel corso della puntata si è parlato anche del rapporto del dipartimento Welfare della Cgil, che ha messo a confronto il 2007, anno che ha preceduto la grande crisi economica, con il 2018: “quello che è emerso è un’accentuazione dei problemi che da sempre caratterizzano i cittadini con la sola terza media, visto che il tasso di occupazione è crollato di quasi 20 punti percentuali. Significa che quasi la metà di chi si ferma alla licenza media non riesce a trovare occupazione“.

“Anche chi è diplomato ha maggiori difficoltà. I laureati hanno meno problemi, anche per il lasso di tempo utile a trovare lavoro dopo il titolo: ma rimane il dato in Italia abbiamo la metà dei laureati dell’Ue. E il Governo di turno non fa nulla, ad iniziare dal troppo alto numero di tasse e di budget che le famiglie devono finanziare per la frequenza degli atenei”.

Regionalizzazione scuola: vari aspetti ancora da chiarire

Si è infine parlato di Regionalizzazione: per Giuliani l’esclusione dei concorsi dei docenti dall’autonomia differenziata, quindi anche degli stipendi, non presuppongono che la partita sia chiusa. “Ci sono molti aspetti da chiarire, come l’obbligo di permanenza sino a 7 anni per i neo-assunti. Si tratterebbe di un lasso di tempo importante che inciderebbe molto sui laureati del Sud che intendono essere immessi in ruolo al Nord per poi tornare a casa. E poi c’è il nodo delle risorse da ripartire”.

“Infine, c’è da capire come prenderanno i cittadini l’approvazione della Regionalizzazione, visto che è un obiettivo storico della Lega: siccome entro massimo un anno si dovrebbe ritornare alle urne, è probabile che – ha concluso il nostro direttore responsabile – la legge avrà delle ripercussioni sull’esito delle urne”.