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Togliere valore legale al titolo di studio: che significa?

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“Il valore legale del titolo di studio fa sì che ogni laurea conferita da una qualsiasi delle ottanta università italiane abbia lo stesso peso nel mercato degli impieghi pubblici. Così gli atenei hanno scarsi incentivi a scegliere docenti preparati; i laureati bravi sono intercettati dal settore privato; le risorse delle famiglie premiano i servizi formativi scadenti. Problemi che si potrebbero superare se l’amministrazione pubblica valutasse le lauree sulla base di un ranking delle università di provenienza dei candidati.”

Calmiere diventa l’Università di provenienza non il voto

Per chiarire meglio possiamo dire che essendo per esempio la laurea presa a Catania senza valore legale rispetto a una simile conquistata a Bolzano, calmiere nella scelta di una determinata figura professionale ad un concorso pubblico diventerebbe l’università di provenienza, non già lo specifico valore della laurea e il suo voto, anche se questo appiattimento meritocratico potrebbe rischiare di disincentivare l’impegno dello studente, visto che un voto vale l’altro.

Concorrenza fra atenei

Punto focale diventa allora la concorrenza che gli atenei sarebbero costretti a farsi fra loro, migliorandosi e investendo soprattutto in risorse umane.

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Compito dello Stato dovrebbe essere dunque quello di stilare una graduatoria delle università migliori in modo che quando proprio e soprattutto lo Stato ha bisogno di personale per le sue amministrazioni, possa attingere, non sulla base del voto conseguito, che finora ha messo sullo stesso piano tutti i candidati con i rispettivi atenei, ma in relazione alla università di provenienza.

Semplificando ancora possiamo dire: un ateneo catalogato dall’Anvur (l’istituto di valutazione delle università) 100 garantirebbe i suoi laureati al top della preparazione, al contrario di un altro il cui punteggio risulti inferiore.

Con l’attuale sistema infatti un laureato, uscito col massimo dei voti da un corso di studio non altamente selettivo, ha più possibilità di vincere un concorso pubblico rispetto a un suo collega strizzato da professori più pignoli e magari più preparati e che quindi, proprio per l’alta selettività che ha subito, ha un voto di laurea inferiore.

Concorrenza per ottenere il ranking più favorevole da parte delle agenzie di valutazione e che potrebbe pure determinare l’ammontare delle risorse da assegnare a ciascuna università per pagare meglio i propri insegnanti.

Infatti l’unica concorrenza possibile, a parte l’aspetto logistico, si sposta solo sul versante delicato della docenza, dei professori migliori che verrebbero cooptati e blanditi con stipendi più lauti.

Pensare dunque non già alla laurea in sé, al titolo in sé, ma all’università di provenienza soprattutto in riferimento ai concorsi pubblici in modo che la lauree in storia o in lettere possa concorrere con giurisprudenza, scienze politiche o economia, innescando altre concorrenze tra “saperi utili e diversificatiche arricchirebbero il sistema pubblico.”

Da questa ultima considerazione si capisce ancora che chi ha interesse ad appoggiarsi al valore legale del titolo di studio è solamente lo Stato e le amministrazioni sotto il suo controllo, proprio perché deve affidarsi ad un sistema di valutazione e di selezione ufficiale che fa parte integrante dei propri sistemi di reclutamento e di scelta.

Diverso il privato dal pubblico

Un privato infatti (e lo stesso succede nelle scuole parificate) sceglie secondo parametri utili ai suoi obiettivi economici e di strategia di impresa; e quindi per le sue prospettive di crescita non si basa sul valore legale dei titoli. “Una parte cospicua della società e dell’economia, pur non facendo a meno del titolo di studio (nel senso che lo valuta), non lo considera come requisito indispensabile di ammissione a posti, carriere, professioni, ecc.”

D’altra parte anche lo Stato, pur riconoscendo i titoli di studio come requisiti necessari, prima di ammettere qualcuno nei propri uffici pubblici e nelle sue professioni, pratica una successiva selezione nella forma dei concorsi pubblici, i famosi esami di stato che sono propedeutici per arrivare ad essi.

“Lo stato dunque finora ha provveduto a istituire scuole e università di cui ne ha garantito il prodotto, assegnando un valore legale al titolo di studio, in quanto ha mantenuto una tendenziale omogeneità nei programmi insegnati, nella qualità degli insegnanti, nei meccanismi di reclutamento (concorsi), nella stabilizzazione del personale, nella garanzia della libertà di insegnamento.”

Coesione sociale a rischio

L’abolizione del valore legale del titolo di studio metterebbe allora a rischio il livello di coesione sociale attualmente raggiunto perché si creerebberouniversità di serie A, B, C e oltre, insieme all’aumento esponenziale delle tasse in quegli atenei ritenuti migliori e che attuerebbero di conseguenza una sorta di selezione naturale basata sul censo e non sulla bravura effettiva e sulla voglia di riscatto dei ceti sociali meno abbienti, danneggiando soprattutto gli studenti del Sud dove, sia il reddito procapite, e sia le sedi universitarie non sono assolutamente floridi.

Ma sicreerebbero pure agenzie di valutazione affidate a privati e svincolate da controlli che possano assicurare un grado minimo di omogeneità necessario alla comunicazione e al funzionamento di sistemi complessi.

Ci si chiede infatti: quali saranno i criteri guida in questa prospettiva? Quali autorità sostituirebbero il reale riconoscimento del titolo? Non c’è il rischio che l´autorità accademica venga sostituita da un poco trasparente organismo valutativo, accentrato nella mani di poche persone che con lo Stato, e quindi col  pubblico, hanno magari conti in sospeso?

La scuola secondaria di secondo grado

Un’ultima considerazione e un ultimo elemento di dibattito lo vogliamo dedicare al diploma rilasciato dalla scuola di istruzione secondaria superiore.

Tutta la questione relativa alla laurea può direttamente passare anche al diploma che, una volta abolito il valore legale, risulterebbe invece come una certificazione delle abilità e delle competenze raggiunte a conclusione del percorso di studio dall’alunno. Questo significherebbe non un voto unico finale, che è la summa della “maturità” raggiunta dal candidato, ma un voto numerico, o un giudizio globale, assegnato per ciascuna disciplina studiata nei cinque anni dei vari corsi.

L’Invalsi sarebbe fra l’altro l’istituto di valutazione abilitato a stilare le graduatorie delle varie istituzioni scolastiche e che garantirebbe la bontà o meno della scuola di provenienza.