Breaking News
18.02.2026

Una docente: “Lezione frontale demonizzata a favore di progetti, dal 2008 c’è una campagna contro gli insegnanti”

La scuola italiana ha tanti problemi, oggi: a spiegarlo una docente, protagonista del docufilm “D’istruzione pubblica“, che insegna italiano e latino in un liceo classico di Roma da trent’anni, ai microfoni di Vanity Fair.

Scuola alla deriva?

Ecco il suo racconto: “Quando ho iniziato la mia carriera, circa 30 anni fa, si cercava di applicare gli articoli 33 e 34 della Costituzione italiana, quelli dedicati alla libertà di insegnamento e al diritto all’istruzione per tutti. Per qualche anno ho lavorato in una scuola che includeva tutti gli alunni e consentiva ai docenti di applicare ciascuno il proprio stile didattico-pedagogico. Poi è iniziata la deriva”.

“Intorno al 1997 il contesto dell’istruzione pubblica è stato stravolto da trattati europei e riforme che, tramite una crescente influenza delle tecnocrazie, hanno favorito un progressivo ridimensionamento della centralità del lavoro e del valore della conoscenza come fine in sé. La conoscenza libera e disinteressata ha smesso di rappresentare un elemento essenziale per la formazione critica della persona e una palestra di pensiero capace di orientare scelte consapevoli. Si sono affermate logiche più funzionali e strumentali, che hanno indebolito la prospettiva emancipante, sino a quel momento offerta indistintamente a tutti gli studenti. Si è determinato un impianto ideologico che non dà più importanza agli elementi fondamentali della scuola prevista dalla Costituzione. Per esempio, viene demonizzata la lezione frontale, sostituita sempre più da progetti che non mirano all’emancipazione culturale degli studenti, ma alla capacità delle scuole di intercettare finanziamenti, spesso non direttamente investiti nel rafforzamento delle discipline scolastiche”, ha argomentato.

L’insegnante ha in mente una precisa collocazione temporale dell’inizio di questa deriva: “Dal 2008 si è diffusa una campagna di critica e delegittimazione dei docenti, legata a riforme ispirate a una visione neoliberista che ha profondamente influenzato la percezione pubblica della scuola. Non nego l’esistenza di insegnanti inadempienti e di problemi nel sistema scolastico, ma non si può generalizzare. In merito ai programmi definiti obsoleti, ci tengo a sottolineare che non esistono più programmi tradizionali, ma abbiamo indicazioni nazionali. Infatti, preservando per quanto possibile la mia libertà di insegnamento, per esempio, durante le mie lezioni do ampio spazio ad autori del ’900 che non sarebbero previsti. Molte critiche nascono da scarsa informazione e risposte superficiali”.

Innumerevoli problemi

“Competenze di base come leggere, scrivere e fare di conto sono passate in secondo ordine, per cedere il posto a questi test e prove valutative che, a quanto pare, non contribuiscono ad accrescere la preparazione né la dimensione identitaria delle nuove generazioni. Gli alunni non studiano più per comprendere, per godere del valore della cultura e per scoprire le proprie propensioni. Lo studio rappresenta una performance, una corsa iper competitiva verso obiettivi futuri, spesso definiti solo in termini di successo e rendimento. Diminuisce in modo preoccupante la preparazione, ormai sempre più orientata verso le esigenze del mercato del lavoro”, ha aggiunto.

“Anche la figura del preside, che era un insegnante impegnato radicalmente nella quotidianità educativa della scuola, è stata sostituita dal dirigente scolastico che si deve allontanare dalla dimensione didattica per occuparsi della gestione economica e amministrativa dell’istituzione che, per funzionare, deve essere capace di reperire risorse”, ha concluso.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate