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Una esperienza di inclusione che vale la pena di conoscere (e magari di replicare)

Vi scrivo per condividere un’esperienza educativa nata all’interno di una scuola primaria e che oggi, mentre Matteo si è appena congedato da questo ciclo, ritengo importante diffondere affinché possa diventare una buona pratica replicabile in altri contesti scolastici.

Matteo è un bambino nello spettro dell’autismo, con disabilità intellettiva e non verbale. Al suo ingresso nella scuola, la comunicazione non era ancora uno strumento disponibile: non potendo esprimere bisogni, emozioni o preferenze, manifestava comportamenti disfunzionali che non erano oppositività, ma l’unico modo per segnalare un disagio. La scuola era per lui un luogo da attraversare in silenzio, senza possibilità di partecipare pienamente alla vita della classe.

Il cambiamento è iniziato con l’introduzione del tablet dotato di comunicatore. Per la prima volta Matteo ha potuto chiedere, scegliere, rifiutare, esprimere intenzioni. La sua voce ha iniziato a emergere. Tuttavia, era chiaro che la comunicazione non potesse restare confinata all’aula: per essere autentica, doveva essere generalizzata, portata nei contesti reali, messa in relazione con il mondo.

Da questa consapevolezza è nato il progetto.

In molte scuole, le docenti temono le uscite didattiche: la responsabilità, gli imprevisti, i rischi percepiti. È comprensibile. Ma per Matteo restare dentro le mura scolastiche significava limitare la sua possibilità di crescere. Per questo ho scelto di uscire con lui, assumendomi la responsabilità educativa e professionale che tale scelta comporta.

Desidero sottolineare un elemento decisivo: la presenza di una dirigente che non si è tirata indietro. Una dirigente che ha visto una possibilità, non un problema. Che ha condiviso la responsabilità, non l’ha temuta. Che ha creduto in un progetto innovativo perché profondamente convinta del valore di una scuola inclusiva, aperta e capace di superare le prassi consolidate. Senza questa visione, il percorso non avrebbe potuto prendere forma.

Abbiamo iniziato a camminare insieme, io e Matteo, oltre i confini della scuola. Ogni uscita aveva un obiettivo preciso e un valore simbolico: portare la sua voce fuori dall’aula, farla incontrare persone, rumori, scelte, attese.

Abbiamo attraversato strade imparando a riconoscere il semaforo, ad aspettare il verde, a gestire traffico e rumori improvvisi. In questi momenti Matteo lavorava sulla autoregolazione emotiva, imparando a mantenere la calma anche in presenza di stimoli intensi.

Abbiamo camminato nel quartiere, tra negozi e bar, e ogni volta Matteo utilizzava il comunicatore per esprimere ciò che desiderava. Al supermercato ha imparato a gestire la fila, il proprio turno, i tempi d’attesa. Ma soprattutto ha imparato a scegliere: “Voglio questo”, “Voglio quello”. In quelle scelte c’era molto più di un prodotto: c’era la costruzione della sua identità. Ogni scelta era un modo per dire: “Io ci sono.”

Abbiamo preso anche il treno. Salire, scendere, aspettare, rispettare le regole del viaggio: un’esperienza complessa che ha rafforzato autonomia, flessibilità e capacità di adattamento.

Infine, abbiamo avviato un percorso di continuità con la scuola secondaria di primo grado che Matteo frequenterà il prossimo anno. Abbiamo visitato gli spazi, incontrato docenti e compagni, osservato le routine. La scuola media ha imparato a conoscere Matteo, e Matteo ha iniziato a riconoscere la scuola media come un luogo possibile, non minaccioso.

Oggi Matteo è un bambino diverso. Non perché sia cambiato lui, ma perché ha potuto mostrare ciò che era già dentro. È più autonomo, più consapevole, più presente. Non guarda più il mondo da lontano: lo attraversa, lo vive, lo sceglie. La comunicazione gli ha dato voce, il territorio gli ha dato competenze, la continuità gli ha dato sicurezza.

Vi scrivo perché credo che questa esperienza non debba restare un episodio isolato. Vorrei che diventasse una buona pratica condivisa, replicabile, accessibile a tutte le scuole che desiderano costruire percorsi inclusivi autentici. Vorrei che si comprendesse che l’inclusione non è un progetto speciale, ma un progetto giusto: un modo di guardare ai bambini, di credere nelle loro possibilità, di accompagnarli oltre ciò che sembra un limite.

Se riterrete opportuno dare spazio a questa storia, ne sarò profondamente grata. Non per me, ma per tutti i bambini che, come Matteo, aspettano solo che qualcuno apra loro una strada

Francesca Gagliardi

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