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Una legge per riconoscere lo jus soli

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Chi è Cécile Kyenge, neo ministro dell’integrazione?
Lo racconta Stefania Ragusa nel libro “Africa qui. Le storie che non ci raccontano” pubblicato nel 2008.
Cécile Kashetu Kyenge ha 48 anni ed è nata nel villaggio di Lubumbashi, nel Katanga, una regione della Repubblica Democratica del Congo, l’ex Zaire.
Cécile è di etnia bakunda, un gruppo che proviene dal nord Katanga e dalla Tanzania e che in tempi antichissimi fondò il villaggio di Kienge ai piedi del Grande Monte Kundelungu.
Attualmente il padre di Cécile è il capotribù di Kienge ed ha avuto quattro mogli e trentasette figli, riuscendo a farli studiare tutti.
Agli inizi degli anni ‘80, Cécile termina la scuola superiore e vorrebbe restare nel Congo per studiare medicina.
Ma frequentare l’università di Kinshasa si rivela ben presto una impresa difficile.
Intanto suo padre viene a sapere, attraverso il vescovo, che l’Università Cattolica di Roma avrebbe messo a disposizione di tre studenti congolesi meritevoli altrettante borse di studio.
Cécile accetta la borsa e si trasferisce a Roma. A seguito di una serie di traversie non dipendenti da lei perde la borsa di studio e per potersi mantenere agli studi fa la badante.
Ma perché Cècile decide di studiare medicina?
Lo racconta lei stessa:
“E’ stata una reazione a una cosa che mi è successa quando ero piccolissima e di cui, ovviamente non ho memoria, ma che mi è stata raccontata mille volte. Avevo 2 mesi, mia madre si è avvicinata al mio lettino e ha visto che non respiravo. Mi ha portato di corsa in ospedale e lì le hanno detto che ero morta. Mi hanno portato all’obitorio. Ma il medico che l’aveva fatta partorire non era convinto. Mi sottopose a una serie di trattamenti e mi ripresi. Il problema della morte apparente in Africa è ricorrente. Dipende dalla mancanza di mezzi diagnostici e dalla fretta di seppellire, per evitare che il corpo vada in decomposizione a causa del caldo”.
Nel 1994 inizia a lavorare come oculista, ma appena le è possibile comincia ad andare in Congo come volontaria.
Fonda l’associazione Dawa (che vuol dire benessere ma anche medicina e magia in swhaili) con l’obiettivo di realizzare iniziative interculturali in Italia e interventi sanitari e sociali in Africa.
Il suo sogno è quello di riuscire a fare approvare una legge che riconosca lo jus soli ovvero che consenta a chi nasce in Italia di ottenere la cittadinanza italiana indipendentemente dal Paese di origine dei propri genitori.