L’altro giorno, mio nipote che fa la seconda elementare, di ritorno da scuola, è sceso dallo
scuolabus un po’ frastornato. Ha raccontato più tardi che i ragazzi di scuola media che viaggiano
con i più piccoli – in una promiscuità inopportuna – lo avrebbero trattato con prepotenza e ricoperto
di parolacce. Quando ci siamo informati, l’assistente ha risposto che i ragazzi più grandi, in questa
zona, godono di una strana impunità. Fanno ciò che vogliono e se lei o l’autista li richiama, devono
poi subire le rimostranze aggressive dei genitori che, sistematicamente, difendono i figli. Insomma,
concludono che non se la sentono di farsi carico della cosa e ci invitano a rivolgerci alla direzione
della scuola o al municipio. Pur comprendendo il loro stato d’animo, faccio notare che bisogna
avere il coraggio di affrontare battaglie di livello morale come questa. Viviamo una volta sola sulla
terra ed abbiamo il dovere di seguire la coscienza, evitando di cedere al calcolo delle conseguenze.
Che tristezza, però. Come non sentirsi impotenti di fronte a queste situazioni. Come non cogliere
le incongruenze del sistema in cui viviamo. Ma prendete un ragazzetto di seconda media, in piena
tempesta ormonale, che, attraverso lo smartphone, può fare qualunque esperienza, senza limiti e
protezioni educative … Fino a che punto tale ragazzo è colpevole o, a sua volta, è solo una vittima
che genera altre vittime? E tutto ciò mentre gli adulti responsabili non fanno mezzo passo al di là
della linea di ciò che sembra conveniente. Si. Questa è la società del calcolo spacciato per saggezza.
Questo è il mondo in cui un po’ tutti viviamo mimetizzati nel nostro nascondiglio. In cui è difficile
trovare chi esce allo scoperto. Chi affronta le situazioni delicate. Chi accetta di pagare di persona.
Siamo esposti, di anno in anno, ad un declino lento dei valori. Pochi se ne rendono conto e quasi
nessuno si indigna. Gli psicologi portano l’esempio di una rana che gettata, all’improvviso, in una
pentola d’acqua bollente, schizza fuori e si salva. Invece, se si trova immersa in acqua mentre la
temperatura sale gradualmente, finisce per cuocere e morire. Occorre riscoprire il valore della
‘collera buona’, funzionale e generativa. Questa, a differenza della rabbia cieca che irrita e rende
indisponibili, si esprime in modo calmo, inducendo l’altro a collaborare. Infatti, spiegare
pacatamente la propria rabbia, permette di comunicare le frustrazioni e di migliorare le relazioni.
C’è un episodio che, in questi ultimi anni, ha colpito l’immaginario pubblico. Il caso di Mirko, un
ragazzo pugliese. Aveva 9 anni quando, entrando a scuola si trovò di fronte ad un gruppo di ragazzi
che ridevano, disposti in cerchio attorno ad un bimbo più piccolo che piangeva, pronti ad avventarsi
su di lui. Senza pensarci, anche se il cuore gli batteva, Mirko irrompe nel cerchio ed aiuta il
bambino a rivestirsi. Poi, affronta il gruppo in modo deciso: “Non osate mai più fare una cosa del
genere!”. Lo guardano increduli, qualcuno alza le spalle e se ne va. Solo uno rimane fermo. Mirko
si avvicina e lo sfida, faccia a faccia. Alla fine, l’altro abbassa lo sguardo e mormora: “Mi
dispiace”. Nei giorni successivi, i due si incrociano nei corridoi. Quel ragazzo gli sorride ed agita la
mano. Oggi Mirko ha 20 anni ed è il fondatore di ‘MABASTA’ (Movimento Anti Bullismo e
Cyberbullismo). Con il suo gruppo, gira per le scuole d’Italia per aiutare sia le vittime che gli
aggressori a cambiare rotta.
L’esperienza di Mirko dimostra che anche un bullo può cambiare di fronte al potere di un gesto
coraggioso, di una frase decisa e pacata. È dimostrato, infatti, che il bullo, per agire da bullo, ha
bisogno di reazioni forti come pianto e rabbia. Per cui, è bene insegnare al bambino sia a non
reagire che a non subire. A mostrarsi sicuro, adottando la tecnica del ‘disco rotto’, basata su frasi
brevi e ripetute: “Smettila, non mi piace”. Ad avere amici fidati, anche pochi ma solidi. A non stare
mai soli nei momenti ‘scoperti’. E, soprattutto, a parlarne subito con i genitori perché il silenzio
protegge il bullo, non la vittima.
Mirko ci ha insegnato che per risolvere certi problemi, basta il coraggio di un gesto. È necessario
che qualcuno ci metta la faccia. In un’epoca di relativismo, non è lecito essere neutrali. Occorre far
emergere la ‘collera buona’ perché la terra torni a produrre ‘Uomini’ e non solo ‘gente’.