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Dalla parte dei docenti, ma contro il metodo

Sono dalla parte degli insegnanti. Lo scrivo senza ambiguità, come premessa necessaria a tutto ciò che segue, perché in Italia il dissenso sul metodo viene spesso spacciato per ostilità al fine. Non è così. I docenti italiani sono tra i professionisti dell’istruzione peggio retribuiti dell’Europa occidentale — lo documentano i rapporti OCSE Education at a Glance anno dopo anno, con un divario salariale rispetto alla media europea che è reale, consistente e politicamente colpevole. Le loro rivendicazioni sono legittime. Il diritto di sciopero è un diritto costituzionale che difendo senza riserve.

Detto questo, ho una domanda che rivolgo con rispetto ai Cobas e alle altre sigle di base, e che mi aspetto venga accolta come tale: lo strumento che state usando sta funzionando?

Perché osservando i risultati degli ultimi anni — non le intenzioni, i risultati — la risposta è difficilmente sì.

Il problema del bersaglio

Uno sciopero, per produrre una trattativa, deve creare un problema a chi ha il potere di risolvere la controversia. Nelle aziende private, fermare la produzione genera perdite che il datore di lavoro vuole evitare. Nella scuola pubblica il meccanismo è rovesciato: lo Stato non produce ricavi, sostiene una spesa. Ogni giornata di astensione non gli genera un danno economico — al contrario, lo riduce. La decurtazione di un trentesimo della retribuzione mensile lorda per ogni aderente, disciplinata dall’art. 2, comma 3 del CCNL Comparto Scuola e dal D.Lgs. 165/2001, si traduce — moltiplicata per il numero di scioperanti — in un risparmio di spesa che rimane nelle casse del Ministero dell’Economia senza alcun obbligo di reinvestimento nel comparto istruzione. Il datore di lavoro non viene colpito: viene sovvenzionato. Questo non è un’opinione — è la matematica del pubblico impiego.

Il problema della visibilità

I Cobas convocano manifestazioni. Lo fanno, e va detto correttamente. Ma chiunque abbia seguito la copertura mediatica degli scioperi scolastici degli ultimi anni sa cosa accade concretamente: un sit-in davanti al Ministero dell’Istruzione e del Merito con una partecipazione che raramente supera le poche decine di persone, manifestazioni territoriali in un numero limitato di città, assenza quasi totale dai notiziari nazionali. I cortei di massa che i Cobas ricordano nella loro storia — 80.000 insegnanti in piazza a Roma nei primi anni 2000, mobilitazioni che modificarono davvero l’agenda politica — sono un’altra epoca e un’altra scala. Oggi la distanza tra la proclamazione e la piazza reale è enorme, e quella distanza non passa inosservata: non ai giornalisti, non ai genitori, non al Ministero.

Protestare esiste nel momento in cui è visibile. Una giornata di sciopero senza una presenza fisica davanti alle istituzioni sufficientemente ampia da occupare uno spazio nel dibattito pubblico non è una protesta: è un’astensione individuale che ciascuno consuma a casa propria. Il diritto di sciopero ha senso se costruisce pressione collettiva. Altrimenti è una liturgia.

Il problema del bersaglio sbagliato

Chi paga, concretamente, il costo di ogni giornata di sciopero scolastico? Non il Ministro. Non i dirigenti ministeriali. Non chi redige la legge di bilancio. A pagarlo sono le famiglie — spesso lavoratrici dipendenti nel settore privato, prive della flessibilità che si attribuisce agli statali — costrette a bruciare ferie, a chiedere favori, a organizzarsi in emergenza. E sono gli studenti, in particolare quelli più fragili, quelli per i quali la scuola pubblica non è una scelta tra tante ma l’unico percorso realmente accessibile.

Esiste una questione di percezione che non si può ignorare. Il genitore che alle 7 di mattina legge il cartello “servizio non garantito” e chiama il nonno in emergenza non ha, in quel momento, il pensiero lungo per distinguere tra una rivendicazione legittima e uno strumento inadeguato. Vede un servizio inaffidabile. E quella percezione — costruita goccia a goccia, sciopero dopo sciopero — alimenta un distacco dalla scuola pubblica che fa comodo esattamente a chi vuole delegittimarla. Non è colpa degli insegnanti: è la conseguenza non intenzionale di una strategia che scarica il peso della protesta sull’utenza invece che sull’amministrazione. Il risultato, paradossalmente, è che i docenti perdono i loro alleati naturali — le famiglie — e guadagnano in cambio l’immagine, ingiusta ma comprensibile, di chi approfitta di un giorno libero. Una categoria di professionisti seri, preparati e sottoretribuiti non merita di essere raccontata così. Eppure è così che finisce per essere percepita, quando lo strumento di lotta è mal calibrato.

La domanda che un osservatore qualunque, a questo punto, si fa

Preso atto di tutto quanto precede — che lo sciopero frammentario risparmia denaro allo Stato invece di danneggiarlo, che il disagio ricade sulle famiglie e non sul Ministero, che la visibilità è inversamente proporzionale alla frequenza delle proclamazioni, che i risultati concreti in termini di aperture negoziali sono stati scarsi — un osservatore qualunque, senza particolare malizia, potrebbe trovarsi a formulare una domanda scomoda.

Se volessi progettare uno strumento di protesta che sembrasse conflittuale ma non producesse alcun danno reale all’amministrazione — anzi le garantisse un risparmio di bilancio — che erodesse progressivamente la simpatia dell’opinione pubblica verso la categoria, che isolasse i docenti dalle famiglie, loro naturali alleati, e che nel lungo periodo alimentasse quella sfiducia nella scuola pubblica funzionale a chi ne vorrebbe la progressiva marginalizzazione: ebbene, non si discosterebbe molto da quello che stiamo osservando.

Sia chiaro: nessuno qui avanza accuse. Le spiegazioni possibili sono almeno due, e la più banale è anche la più probabile — vale a dire che replicare uno schema consolidato, anno dopo anno, senza interrogarsi sui risultati prodotti, è un fenomeno organizzativo comune a molte istituzioni, sindacali e non. La ripetizione di un rituale dà senso di appartenenza e di identità collettiva, anche quando ha smesso di essere efficace. Ci vuole coraggio intellettuale per guardare i risultati e chiedersi se il metodo vada cambiato.

Ma proprio perché le rivendicazioni degli insegnanti sono serie e il tema è urgente, quella domanda — a chi giova, concretamente, questo modo di scioperare? — merita una risposta pubblica da parte di chi quella strategia la sceglie e la ripropone ogni anno. Non è una domanda ostile. È la domanda minima che qualunque organizzazione dovrebbe saper fare a se stessa.

Cosa ha funzionato, storicamente

La storia del sindacalismo scolastico italiano offre esempi di efficacia reale. Il blocco degli scrutini — una forma di astensione che colpisce direttamente il funzionamento amministrativo dell’istituzione senza spostare il disagio sulle famiglie — ha prodotto aperture negoziali concrete. Le grandi mobilitazioni unitarie, quelle capaci di riempire piazze in modo visibile e non ignorabile, hanno modificato l’agenda politica. Sono strumenti che richiedono coordinamento, coraggio organizzativo e la disponibilità a sostenere un sacrificio collettivo più pesante del singolo giorno di trattenuta. Ma producono una pressione di natura diversa — una pressione che il Ministero non può semplicemente registrare come voce di risparmio nel bilancio dello Stato.

Conclusione

La categoria degli insegnanti merita una rappresentanza sindacale all’altezza delle sue rivendicazioni. Una rappresentanza che scelga gli strumenti in funzione dell’efficacia, non della consuetudine. Che colpisca chi ha il potere di rispondere, non chi non ha colpa. Che sia presente fisicamente davanti alle istituzioni in modo da non poter essere ignorata. Che abbia il coraggio, quando necessario, delle forme di lotta più impegnative.

Essere dalla parte degli insegnanti significa anche dire queste cose. Tacerle, per non disturbare, non è solidarietà — è indifferenza travestita da rispetto.


Le considerazioni espresse costituiscono opinione personale nell’esercizio del diritto di critica garantito dall’art. 21 della Costituzione italiana. I dati numerici citati si basano su fonti pubbliche ufficiali: MIUR/MIM, ARAN, D.Lgs. 165/2001, CCNL Comparto Scuola, OCSE Education at a Glance.

Riccardo Grosso

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