L’Italia si colloca tra i dieci migliori Paesi al mondo per preparazione accademica: nella ‘classifica’ stilata in queste ore da Qs World Future Skills Index 2027 e pubblicata da QS Quacquarelli Symonds, il Belpaese si piazza al nono posto per le competenze dei suoi studenti universitari, per poi però scivola addirittura al 41esimo posto quando si tratta di esaminare la capacità dell’economia di valorizzare le competenze che gli atenei producono. Si tratta di uno dei divari più ampi registrati fra le economie avanzate.
Con il 9° punteggio al mondo per preparazione accademica, l’Italia conferma che la qualità della formazione sembra adeguata allo sviluppo delle competenze del futuro, comprese quelle legate a intelligenza artificiale, digitale e sostenibilità; il problema risiederebbe soprattutto nel ritardo, sostengono gli analisti, “sul lato della domanda, non dell’offerta”.
Il problema, continuano, non è quindi la carenza di studenti e di talenti, ma nella difficoltà crescente, almeno nel nostro Paese, nel trasformare le predisposizioni alla conoscenza e all’apprendimento in produttività, innovazione e crescita economica: questa sarebbe anche l’origine della “fuga di cervelli” che solo tra il 2011 e il 2023 ha prodotto una perdita stimata di 130 miliardi di euro; una tendenza che colloca l’Italia tra le economie Ocse con i più alti tassi di emigrazione qualificata e i più bassi tassi di rientro. Di fatto, in Italia non si riesce a trasformare il capitale umano in innovazione e crescita.
“L’economia – secondo gli analisti di Qs – fatica a tradurre le competenze in produttività e crescita: la preparazione della forza lavoro è tra i suoi punti più deboli (56°). È qui, non nella qualità della formazione, che si gioca la partita. Le imprese chiedono competenze che le università non sempre sviluppano pienamente. Si tratta di un deficit di competenze manageriali, relazionali e di leadership sempre più richieste dal mercato del lavoro”.
Nel complesso, l’Italia si colloca 22esima su 89 economie. Ma è l’ampiezza del divario tra i suoi indicatori, più della posizione assoluta, a raccontare la sfida: un sistema formativo di livello mondiale accanto a un’economia ancora poco attrezzata a valorizzarne i talenti.
Qs ricorda che tra il 2012 e il 2022 oltre 1,3 milioni di cittadini italiani si sono trasferiti all’estero, oltre il 60% con meno di 35 anni; nel solo 2023 circa 21.000 laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, quasi il doppio dell’anno precedente.
Il rischio è sostenere il costo della formazione e cederne i benefici ad altre economie. Nel Qs World Future Skills Index, tra le grandi economie europee, l’Italia (22ma) si colloca dietro Regno Unito (3), Germania (4), Spagna (9) e Francia (11).
“Il punto debole dell’Italia non è la produzione di capitale umano, ma la capacità del sistema economico di assorbirlo, trattenerlo e trasformarlo in innovazione. È in questo passaggio che, nell’era dell’intelligenza artificiale – commenta Nunzio Quacquarelli, presidente e Fondatore di QS Quacquarelli Symonds – si gioca una parte importante della competitività del Paese. Il nostro Index mostra che l’Italia dispone di solide basi accademiche, ma che la competitività futura dipenderà sempre più dalla capacità di trasformare competenze, ricerca e innovazione in produttività, investimenti e crescita economica. Per riuscirci, sarà necessario rafforzare la collaborazione tra università, imprese e istituzioni affinché il capitale umano formato in Italia possa tradursi in maggiore innovazione, produttività e sviluppo”.