“Stiamo rivoluzionando la scuola” è il leit motiv che ormai il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara ripete quasi ad ogni occasione.
A sugellare la rivoluzione ci sarebbero, secondo il Ministro, i tre contratti nazionali sottoscritti con i sindacati del comparto. Per non parlare del quarto accordo che potrebbe arrivare persino a fine 2026 e quindi ben prima della fine della legislatura.
Ma che questo sia un grande risultato non trova d’accordo i sindacati che continuano a lamentare il fatto che, nonostante tutto, con gli aumenti non si è riusciti neppure a recuperare l’inflazione a due cifre degli ultimi anni.
Senza considerare che, a conti fatti, i contratti della scuola non hanno avuto nulla di straordinario anche perché sono stati, di fatto, allineati a quelli del restanti pubblico impiego.
Quanto alla rivoluzione bisognerebbe forse andare con la memoria agli inizi della storia della scuola repubblicana per capire quando e come ci sono stati veri cambiamenti epocali.
E allora si potrebbe scoprire che ad attribuirsi il titolo di ministro “rivoluzionario” potrebbe essere Luigi Gui che rimase a Viale Trastevere dal febbraio del 1962 al giugno del 1968, con tre governi diversi, un vero record.
In 6 anni da Ministro, il democristiano Lugi Gui firmò due leggi cherappresentano ancora oggi due pilastri del nostro sistema scolastico: la legge 1859 del dicembre 1962 che istituiva la scuola media unica e la legge 444 del 1968 con cui nasceva la scuola materna statale.
Altre rivoluzioni ci furono anche dopo, ma forse non di questa portata: nel 1974 fu Franco Maria Malfatti a firmare un’altra legge che cambiò completamente il volto della scuola italiana e che è tuttora ampiamente in vigore, il decreto delegato 416 con cui venivano istituiti gli organi collegiali della scuola.
E nel 1969, un ‘altra rivoluzione era stata compiuta anche dal Fiorentino Sullo (il suo passaggio al Ministero fu però troppo breve e in pochi ricordano il suo nome) con la firma di un decreto legge che spazzava via il vecchio esame di maturità di gentiliana memoria sostituendolo con il “colloquio” che, pur con diverse modifiche, è ancora in vigore adesso.
Per un’altra rivoluzione bisogna però aspettare la fine del secolo e precisamente il 1999 quando Luigi Berlinguer diede avvio alla più discussa delle riforme dell’ultimo quarto di secolo, introducendo le regole sulla autonomia scolastica.
Pochi anni dopo, nel 2003, arriva una nuova riforma epocale, firmata dalla ministra Letizia Moratti: spariscono definitivamente i programmi ministeriali e arrivano le Indicazioni Nazionali.
Dopo quella data è difficile parlare davvero di rivoluzioni: la riforma Gelmini del 2008-2010 non fa altro che portare a compimento i principi della Moratti, mentre la legge Renzi 107 del 2015, in soli 10 anni, è già stata rimaneggiata talmente tante volte che dell’impianto iniziale è rimasto poco.
Con tutto il rispetto dovuto al ministro Valditara è quindi davvero difficile parlare di interventi epocali destinati a cambiare il corso della storia del nostro sistema scolastico.
O per lo meno, fino a questo momento, non si segnalano particolari effetti speciali, né si vedono i presupposti per una imminente svolta epocale. Va anche detto che al termine della legislatura mancano ancora quasi 2 anni e una legge finanziaria ed è possibile che Valditara si stia preparando per chiudere il mandato con i fuochi artificiali.
Ma questo lo sapremo solo nei prossimi mesi e quindi, per parlare di “rivoluzione Valditara”, bisogna aspettare ancora un po’.
Per intanto resta il fatto che il giudizio più diffuso sulle Indicazioni Nazionali firmate dal Ministro richiama più l’idea della restaurazione che quello della rivoluzione.