Una professoressa aggredita da un ragazzo di 13 anni. Un episodio grave, tutt’altro che isolato, che riporta al centro dell’attenzione un disagio sempre più evidente nel mondo della scuola. Un segnale che interroga tutti: istituzioni, famiglie e studenti. Si tratta infatti di episodi sempre più frequenti, non più riconducibili a casi sporadici, ma inseriti in una tendenza in costante e preoccupante crescita. Eppure, di fronte a questi eventi, la risposta che il Ministero dell’Istruzione e del Merito sembra riproporre è sempre la stessa: corsi per docenti, formazione sull’empatia, nuovi obblighi. Una risposta che rischia di cogliere solo l’aspetto esteriore della questione.
L’introduzione di percorsi obbligatori sull’empatia destinati agli insegnanti viene percepita dal Comitato Precari Uniti per la Scuola come un intervento imposto dall’alto, a costo zero e, come spesso accade, collocato al di fuori dell’orario di lavoro, che finisce per gravare ulteriormente su una categoria già sotto pressione senza alcun riconoscimento aggiuntivo. Ancora più problematico è il messaggio implicito: attribuire agli insegnanti una responsabilità che, nei fatti, non corrisponde alla realtà. Sempre più spesso, infatti, sono proprio i docenti a subire aggressioni e tensioni, gestendo situazioni complesse con senso di responsabilità e autocontrollo.
Questa lettura appare pertanto riduttiva e fuorviante. Gli insegnanti possiedono già competenze empatiche solide, costruite nel tempo attraverso formazione ed esperienza quotidiana. In questo contesto, nuovi corsi rischiano di tradursi nell’ennesimo aggravio di lavoro, senza riconoscimenti concreti né reali effetti sul piano della prevenzione.
Nel frattempo, restano irrisolti i nodi strutturali del sistema scolastico: classi sempre più numerose, risorse insufficienti, carichi burocratici crescenti e una diffusa solitudine nella gestione dei casi più difficili. Gli insegnanti operano in condizioni sempre più complesse, con responsabilità elevate ma strumenti limitati. La loro autorevolezza si è progressivamente indebolita, anche a causa di una narrazione che presenta l’insegnamento più come una missione che come una professione, finendo per svalutarne il riconoscimento e la dignità lavorativa.
In questo quadro, gli episodi di violenza non sono più eccezioni, ma il sintomo di una tensione sistemica. Per questo motivo, eventuali percorsi formativi dovrebbero essere rivolti principalmente a studenti e famiglie, attori centrali nel processo educativo e nella gestione dei comportamenti.
L’empatia resta un elemento fondamentale della relazione educativa, ma non può essere ridotta a un corso obbligatorio di poche ore. È una competenza che nasce in contesti educativi sani, dove esistono tempo, ascolto e relazioni autentiche. Non può essere imposta per decreto, né sviluppata in condizioni segnate da sovraccarico e precarietà.
Di fronte a questo scenario, emerge con forza la richiesta del Comitato di misure strutturali e immediate capaci di incidere concretamente sulla qualità del lavoro docente e sulla sicurezza nelle scuole:
• Introduzione di un’indennità di rischio per il personale scolastico
• Rafforzamento delle tutele e dei protocolli di sicurezza
• Presenza stabile di psicologi e figure educative
• Riduzione del numero di alunni per classe (massimo 15-18 per classe)
• Patrocinio legale gratuito per i docenti e il personale vittime di aggressioni
A queste si affiancano richieste più ampie:
• Possibilità di mobilità intercompartimentale verso altri settori della PA
• Accesso a ruoli amministrativi del Ministero per valorizzare le competenze interne
• Riconoscimenti economici e previdenziali, come l’introduzione dei buoni pasto, il riconoscimento della professione docente come lavoro usurante e il pensionamento anticipato a 60 anni senza penalizzazioni
• Superamento del vincolo triennale alla mobilità
• Riduzione della burocrazia che grava sulla funzione docente
Il nodo centrale resta evidente: non è più sostenibile continuare a scaricare sui docenti il peso delle criticità del sistema scolastico. Senza un intervento strutturale, i corsi di empatia rischiano di rimanere l’ennesima risposta simbolica, incapace di affrontare le cause profonde del problema.
Perché l’empatia, da sola, non basta e, soprattutto, non si costruisce per obbligo.
Comitato Precari Uniti per la Scuola