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36 ore? Sì, no, magari 24. Il gioco delle “tre carte”, il “principino” e lo 0,7%

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Reggi fa, disfa, lancia proclami, poi si scusa. 36 ore settimanali di servizio per gli insegnanti e scuole aperte 11 mesi l’anno sino alle 10 di sera (con la canicola di luglio e la grandine e il gelo di gennaio. Grande, Reggi, la scuola per risolvere i propri problemi aspettava lei). Un abbaglio? Una provocazione? “Leggende metropolitane” e “bufale palesi” (come argutamente scritto in un articolo pubblicato giorni fa su questo sito)?. Ma dopo i “fuochi pirotecnici” dell’ineffabile Roberto Reggi  e le precisazioni, con relative scuse (“Vi chiedo scusa, è stata una stupidaggine“, un po’ come dire che la nazionale italiana di calcio sarebbe arrivata almeno in semifinale ai mondiali: sempre di “chiacchiere al bar” si tratta!), durante il Cantiere Scuola organizzato a Terrasini, una lettrice commenta: “se fosse un politico serio allora si dimetterebbe. In qualsiasi altra democrazia occidentale sarebbe obbligato a farlo. Se Renzi fosse un politico serio lo dimetterebbe”. Perché, se qualcuno lo ha dimenticato, Roberto Reggi, non è propriamente uno qualunque quando parla di scuola e insegnanti, è infatti sottosegretario al Ministero dell’istruzione (un ruolo che presume competenza e misura nelle dichiarazioni).

Reggi, Reggi, certe proposte paradossali possono indurre a pensare che lei non conosce minimamente cosa si fa a scuola, quale lavoro compete ai docenti, che non sono burocrati che timbrano carte. E lei egregio presidente del Consiglio, anzi “caro Matteo” (come un po’ populisticamente si fa spesso chiamare il premier) cosa fai di fronte a simili dichiarazioni anche un po’ “provocatorie”?  …“Reggi il moccolo” e aspetti le reazioni, “principino del Machiavelli”?

Un’altra lettrice, Maria, più buona, tende una mano al sottosegretario: “scuse accettate. Offro due alternative a questo signore: o si dimette o viene a lavorare con me per due mesi. Immagino che non avrà abbastanza coraggio per nessuna delle due opzioni. Allora, per favore, se mi posso permettere, non si offenda, non se la prenda a male, non si dispiaccia: ZITTO!! “.

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Macchè, “super Reggi” d’estate si scatena e mette un altro “carico” sul tavolo: togliere le “supplenze brevi ai supplenti” (che si chiamano così… proprio perché fanno le supplenze). Secondo il sottosegretario, come riportato in uno dei nostri articoli, siccome queste supplenze non sono programmate, ma improvvisate, dal punto di vista didattico “non danno valore aggiunto”. Meglio, quindi, “utilizzare gli insegnanti di ruolo”.

Insomma, nello stesso giorno, il 7 luglio, dai microfoni di “Radio Anch’io” (Radio 1) da una parte… si conquista l’affetto dei docenti precari con le sue dichiarazioni sulle supplenze brevi, dall’altra precisa che “nessuno ha mai parlato di 36 ore di lezione. Le ore di insegnamento restano costanti, e quindi 18 ore per le superiori, 22 per le primarie e 25 per le materne” (come al solito avremo capito male noi giornalisti!), anche se l’orario di lavoro dovrà essere oggetto di revisione e contrattazione. Ma il ministro Giannini lo sa? Visto che lei invece ha continuato a dire pochi giorni fa, secondo quanto illustrato in un altro degli articoli riportati su questo sito, che l’intenzione del Miur di aumentare l’impegno settimanale non è campata in aria; tanto è vero che viene chiesto sin d’ora ai rappresentanti dei lavoratori di non mettersi di traverso.

Peraltro, prima della retromarcia, in effetti Reggi sembrava essere stato chiaro: più ore per tutti i docenti, 36 a settimana; magari era una ”provocazione” per poi “aggiustare il tiro” sulle 24 ore di servizio (“in realtà penso giochino al rialzo ha commentato un’insegnanteper poi contrattare arrivando alle 24 ore facendoci sentire anche fortunati x avere evitato le 36… Io a malapena sopravvivo con queste ore!!!”), e quindi gli insegnanti secondo il governo avrebbero “ingoiato il rospo” felici di aver  scampato la bastonata delle 36 ore (che grande strategia: degna del “principino del Machiavelli”!). E per Roberto Reggi aumenti di stipendio a chi si prende responsabilità oppure offre competenze specifiche, magari in ruoli organizzativi a fianco del dirigente scolastico. E poi un anno di scuole superiori in meno, quattro anziché cinque. Moltissimi educatori, docenti e pedagogisti sono contrari, ma che importa? Per l’attuale sottosegretario si tratta di “un’altra scelta europea. E poi se vuoi fare più musica, più storia dell’arte e non hai più soldi devi rimodulare quello che hai“.  Insomma, vuoi studiare storia dell’arte e pretenderesti pure di farlo per cinque anni? Anzi, se proprio vuoi passarti questo “sfizio” (e poi parliamo di sfruttare il turismo, fonte di benessere economico per il nostro Paese ricco di cultura, al contrario – spesso – di chi la gestisce o la governa) diminuiamo il monte ore delle altre discipline, riducendo di un anno il percorso di studi. Ma che importa: Reggi lo sa, ce lo impone l’Europa. E neppure questo è vero (così come non lo è dire che gli insegnanti italiani lavorano di meno dei colleghi europei), è il solito “mantra” (che fra l’altro finisce in genere per far “detestare” come “matrigna” l’Ue, che molte colpe ha, a cominciare da una unione solamente finanziaria – neppure economica – e monetaria, ma non per tutti: Regno Unito docet) perché non è vero che in tutti i Paesi europei la scuola del secondo ciclo dura soltanto quattro anni. Così come è un assioma che andrebbe verificato e analizzato con molta attenzione l’affermazione che “l’Italia è l’unico Paese europeo dove il lavoro degli insegnanti non viene valutato”.

E allora ecco la risposta di un lettore, una precisazione che condividiamo in pieno: “Nella stragrande maggioranza dei casi, gli insegnanti europei lavorano 18 ore di 45 minuti, almeno nella scuola secondaria superiore, per meno giorni, 180 versus 200; è vero il contrario quindi, i docenti italiani lavorano di PIÙ e sono pagati MENO rispetto ai loro colleghi europei. … Sono anni che noi sopperiamo con NOSTRI materiali alle mancanze del ministero, a casa lavoro con il mio Pc, il mio tablet, la mia stampante , la mia carta, il mio toner, la mia scrivania, i miei libri, senza poter detrarre nemmeno 1 euro delle mie spese . Si vergogni sottosegretario Reggi, Lei è pagato anche con i risparmi fatti sulla mia pelle e su quella dei miei studenti. Se non ci sono soldi per cambiare la scuola lo si dica chiaramente, si supporti almeno a parole chi ogni giorno va in trincea, non ci si nasconda dietro ragioni ed esigenze di adeguamento ad un’Europa molto migliore di noi”.

Pensate a comprare la carta igienica e il sapone per le mani, invece di aprire le scuole di sera. Poi ci chiederanno di fare la colletta per l’energia elettrica”, scrive un altro prof. E sono in tanti ad evidenziare un attacco alla scuola pubblica, ai docenti, ai sindacati:24 ore per aggraziarsi l’opinione pubblica che ci ritiene fannulloni e privilegiati, 24 ore da un ministro che appartiene ad un partito ‘inesistente’, non eletto, 24 ore per mostrare il pugno forte, per ammutolire i sindacati…”.

Altri fanno notare che già i docenti devono prendere le ferie tra fine luglio ed agosto, incastrandole, soprattutto nella scuola superiore, tra esami di Stato e corsi di recupero (alla faccia… delle “ferie intelligenti”!); se le scuole restassero aperte tutto il mese di luglio, quando poter completare il periodo di ferie dovute? Allora, dice qualcuno,ferie da prendere quando ci pare?”, come negli altri comparti della P.A. ad esempio, con enormi risparmi di spesa per le vacanze e di prenotazioni ampiamente anticipate per trovare posti liberi nel mese di agosto! O gli insegnanti possono rinunciare alle vacanze perché tanto sono… “fannulloni”?!

Ma la reazione dei docenti non si ferma qui: sono tantissime le lettere indignate, ma anche stupite per quello che è stato vissuto come un attacco frontale del Miur e in sostanza del governo. E tra le tante “testimonianze” abbiamo scelto questa: “Sapevamo anche che l’attacco neoliberista sarebbe stato sferrato a scuole chiuse, d’estate, per cogliere spiazzati i docenti e per impedire mobilitazioni massicce della categoria e degli studenti, anch’essi vittime del cinismo del Miur. Restituiteci tutto quello che ci avete tolto finora con i tagli. Vogliamo l’abolizione della riforma Gelmini. Fermate il dimensionamento e la chiusura delle scuole, cestinate il Ddl Aprea o GIannini, non chiudete le graduatorie d’istituto, non create classi pollaio, non rendete il nostro lavoro ancora più difficile, metteteci in condizioni di potere insegnare, restituiteci le compresenze, le discipline accorpate, i docenti in sovrannumero, i laboratori e le ore sottratte a tutte le discipline”. E la lettera si chiude con un monito: “Vigileremo sul nuovo contratto in cui proverete ad inserire l’aumento delle ore lavorative a scapito dei precari”.

Un monito, forse, anche per i sindacati, perché c’è chi giura che se cederanno alle pretese del governo, dopo anni di tagli al comparto scuola e di sacrifici, “stracceranno le tessere sindacali”.

In effetti, quanto “paventato” dal gruppo di insegnanti che ha scritto la lettera citata non è certamente campato in aria. Reggi si rifà per un verso alla vecchia proposta dello stato giuridico dei professori pensato da Valentina Aprea nella sua proposta di legge che poi venne definitivamente accantonata con Profumo ministro, il quale però fu l’autore della proposta relativa all’aumento dell’orario settimanale degli insegnanti (peraltro a parità di stipendio). Proposta già bocciata con forza da docenti e sindacati (i quali adesso devono dimostrare compattezza e “dignità” di fronte a come il governo intende trattare con loro: ascoltarli, per poi fare quello che aveva già deciso! Il confronto serve a venirsi incontro, non a… prendere in giro. Peraltro Reggi aveva pure detto: “la consultazione sarà aperta agli insegnanti, agli studenti, al personale amministrativo, ai cittadini comuni. Dieci giorni ancora e la nostra proposta diventerà una legge delega”. E “sul futuro dell’istruzione italiana” Reggi concede 10 giorni di consultazione, magari on line?

A proposito, sull’argomento sembra che a un certo punto nelle dichiarazioni del Ministro ci sia stata confusione tra decreto legislativo e decreto legge e rispettivi percorsi e tempi parlamentari. Ma siamo sicuri che chi vuole cambiare in modo radicale la scuola e valutare docenti e sistema di istruzione sappia esattamente di cosa si parla? Ma iniziamo allora a valutare Ministeri, ministri, e sottosegretari! A cominciare da Reggi, del Partito democratico, che indiscrezioni giornalistiche davano come possibile futuro ministro dell’Istruzione (ora… mi sembra comunque improbabile!) in caso di rimpasto di governo, dopo il flop di Scelta Civica alle elezioni europee (0,7% sotto la sigla “Scelta europea”), e a seguire con la Giannini che per il suo partito nelle elezioni europee “ci ha messo la faccia” (candidandosi e lasciando intendere che non escludeva di dimettersi da ministro dell’istruzione se fosse stata eletta al Parlamento europeo); visto l’esito elettorale non si dovrebbe applicare la sua logica di “meritocrazia” legata al risultato? Una specie… di prova Invalsi andata malissimo!!.

E un’altra dichiarazione di Roberto Reggi che ha fatto sobbalzare chi è stanco di fare un mestiere – delicato e usurante – che meriterebbe più rispetto sociale e professionale, è stata quella relativa all’obiettivo di “non fare più” della scuola italiana un “ammortizzatore sociale“. E parlando di “ammortizzatore” tutti hanno pensato ad una espressione – cara all’ex ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini – che fu usata per far passare i tagli di materie e di ore di insegnamento, nella sua riforma “epocale”.

E i sindacati (così come gli stessi lavoratori) si ricordino che i diritti non si svendono neppure per qualche euro in più, innanzitutto per ragioni di dignità professionale (e, consentitemi di dirlo, umana) e poi perché dopo aver perduto i diritti verranno chieste condizioni di lavoro complessivamente sempre meno vantaggiose, magari per ritornare in un “medioevo sociale” ma tecnologico, dimenticando che tre secoli fa si è accesa una nuova era di progresso, quella dell’Illuminismo. Io non difendo interessi corporativistici, non sono un docente, sono un “osservatore” della società, sono un giornalista libero che si occupa prevalentemente del mondo dell’istruzione e dell’università (a proposito, governanti e ministri si guardano bene, in genere, dal “fare le pulci” al mondo accademico, che pure tanti problemi ha, non sento mai questionare su quante ore di lezione frontale o di servizio svolgano i docenti universitari, di come i rettori gestiscano gli atenei, dei problemi legati al diritto allo studio degli universitari, ecc. Ma, si sa, lì “il muro è molto più alto”).

I sindacati, in effetti, sinora hanno reagito compatti. l’Unicobas raccoglie la protesta che sta salendo dal mondo della scuola e soprattutto dalla “rete” e si prepara per una manifestazione nazionale per la seconda metà di luglio; intanto, per il 14 luglio è indetta a Roma un’assemblea nazionale aperta a tutte le sigle per organizzare la protesta contro il “piano Giannini-Reggi“. Il sindacato di base minaccia uno sciopero già a partire dai primi giorni di scuola. E Stefano d’Errico, leader Unicobas, evidenzia la curiosa sintonia che si sta manifestando fra esponenti del Pd come Francesca Puglisi ed esponenti di punta del centro destra come Elena Centemero e Valentina Aprea”.

E forti critiche al progetto arrivano anche dall’Uds (Unione degli studenti): “il governo pensa solo a tagliare senza un’idea di scuola“. Critiche anche al “clima competitivo“, che se dovesse instaurarsi tra i docenti “metterà fortemente in difficoltà il patto educativo ed il rapporto con gli studenti“. Meglio prevedere aumenti salariali e corsi di aggiornamento piuttosto che affidarsi alla volontà del singolo dirigente scolastico. Senza dimenticare la lotta alla dispersione scolastica, assumendo i precari, aumentando gli stipendi e finanziando il Mof (Miglioramento dell’offerta formativa). Poi un attacco al ministro Giannini: “non ha un’idea di scuola: è a dir poco inaccettabile che si continui a ragionare nell’ottica dei tagli su una scuola sofferente e martoriata”.

E sul fronte politico il Movimento Cinque Stelle ha subito comunicato: “ci opporremo fermamente alle 36 ore settimanali per i docenti di ruolo e proporremo, al contrario, di affidare l’eventuale monte ore eccedente a chi attualmente non lavora o è precario”.

La scuola va cambiata, svecchiata”, ha detto il sottosegretario Reggi. Bene, allora – eventualmente – in cambio delle 24 ore si torni ai pensionamenti della “quota96”: si consenta di andare in pensione, in una professione che diventerà sempre più usurante, a 60 anni con 36 di anzianità di servizio (magari con delle modeste “penalizzazioni” sull’importo delle pensioni) e di conseguenza si consenta anche un ricambio generazionale, con il classico “largo ai giovani”.

Ma forse tutto questo “bailamme estivo”, con la proposta delle 36 ore di servizio settimanale, è un tentativo per “sviare l’attenzione”, come scrive in un suo recente articolo Lucio Ficara, da quello che è il reale intento immediato che si vuole perseguire: “il tentativo di consegnare nelle mani di una sola persona, il dirigente scolastico, un potere di natura verticistica. (…) Con questo sistema cesseranno di esistere i fondi d’istituto, le contrattazioni integrative e le Rsu. Il piano Reggi-Giannini  ha molte convergenze con quello Aprea- Gelmini”.

Peraltro, già qualche giorno prima, Reginaldo Palermo aveva scritto, sempre su questo sito: “la sensazione è che dal Ministero dell’istruzione si voglia cercare di distogliere l’attenzione dai problemi gravi e urgenti che a settembre le scuole avranno di fronte: organici inadeguati, risorse finanziarie insufficienti e fondo di istituto pressoché azzerato”.

Tra le tante cose dette, corrette, confermate e riviste da Reggi resterà celebre questa: “le scuole devono diventare il centro civico delle città, a giugno e a luglio i genitori non sanno dove mandare i loro figli. Scuole aperte 11 mesi su 12“. Ma ai prof non possono essere scaricate le varie emergenze sociali, chiedendo loro di fare gli psicologi, i tutor, le baby sitter, gli assistenti sociali (insomma, un po’ di tutto, a danno magari di quello per cui sono assunti: insegnare – bene – la propria disciplina), surrogando anche compiti che spettano alle istituzioni o alle famiglie. Ora, si sa, quella degli insegnanti è una categoria di lavoratori “mite”, abituata negli ultimi anni ad “ingoiare rospi” (contratto non rinnovato da cinque anni – ma questo vale per tutti i dipendenti della P.A. – e per recuperare gli scatti di anzianità arretrati conosciamo bene i tortuosi e lunghi percorsi seguiti; inoltre, contrazione di organici, falsità quali i soliti ritornelli che i docenti lavorano poco e hanno tre mesi di vacanza, conditi da offese per additarli come “fannulloni” e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica i tagli), ma i politici dovrebbero ogni tanto ricordare che gli insegnanti rappresentano un grande bacino elettorale e che meritano comunque più rispetto per il ruolo (delicato e stressante) che svolgono.

Se poi si vuole parlare di incarichi aggiuntivi su base volontaria, allora la strada può essere percorribile, senza ovviamente penalizzare chi non vuole assumerne oltre il normale orario di servizio e incentivando invece coloro che si rendono disponibili: ma in tale eventualità come e quanto pagarli (perché se si pensa possano lavorare in più praticamente gratis oppure se si vogliono comunque imporre più ore settimanali immagino che arriverà un “autunno molto caldo”).