La maturità è ormai un ricordo scolastico. Un ricordo sì, ma ancora ben presente e vivo nella memoria dei nuovi «maturati», soprattutto di chi, per varie ragioni, è rimasto deluso dall’esito finale (o ha imparato che la «vita» non è così facile come pensava). A questo riguardo Tecnica della Scuola ha pubblicato alcune lettere di alunni «maturi» inviate al Ministro dell’Istruzione. Epistole di critica e di «accusa» verso la Commissione d’Esame e, in generale, verso i docenti e il sistema scolastico (anche alcuni genitori non hanno fatto mancare le loro proteste al Ministro riguardo al trattamento «ingiusto» – secondo loro – subito dai loro «pargoli», ma questo, sinceramente, sembra meno importante rispetto alle «lamentazioni» degli alunni).
Data per scontata la conoscenza dei principali capi d’accusa contro i docenti (e le procedure scolastiche) presentati dai giovani neodiplomati, e non solo (diciamolo pure: critiche per lo più ripetitive e stereotipate che originali), sarà opportuno, non tanto per difendere i colleghi (non ne hanno bisogno), tanto meno l’attuale sistema scolastico, fin troppo flessibile e comprensivo, a dispetto di quanto pensino i giovani, ma per amore della verità (almeno dal punto di vista dello scrivente), procedere a due o tre puntualizzazioni.
- I contrasti o le divergenze generazionali rientrano nel naturale rapporto tra vecchi e giovani. Devono essere, però, improntati al reciproco rispetto (pur nella differenza dei ruoli), al dialogo sincero e costruttivo e devono lasciare spazio all’altro (parlare e ascoltare). In questo modo lo «scontro» può diventare un «incontro» che aiuta la crescita complessiva di tutti gli interlocutori.
- Nel caso in esame, le recriminazioni dei «maturati» ricalcano, in realtà, senza troppa fantasia, le lamentele spesso «infantili» (permettetemi di affermarlo) dei giovani delle medie o delle superiori; forse la forma appare un po’ più elevata e qualche argomento più valido.
- Accade, poi (forse anche in questo caso), che i «pianti» e le vibranti proteste siano inevitabilmente limitati e derivino da una conoscenza non completa della situazione. Ogni allievo vede le cose da un suo punto di vista e non ha piena contezza di tutta la struttura scolastica e del suo funzionamento; neanche chi è rappresentante di classe o di Istituto può affermare con sicurezza di conoscere tutto (a volte, in onestà, neppure i docenti sanno tutto sulla «macchina» della scuola, ma comunque hanno una visione olistica e completa della classe e sono in condizioni di valutare e proporre giudizi).
In questo modo si è portati, se non si è veramente obiettivi (difficile esserlo, per tutti), a vedere ciò che si vuole (soprattutto se l’andamento scolastico e i risultati non sono elevati), a criticare facilmente i docenti (senza vera cognizione di causa), ad assumere atteggiamenti vittimistici, pensando di valere molto (le «nocive» eredità del passato), ma di non essere compresi, anzi ostacolati e sottovalutati (magari volutamente) dai professori.
È evidente addirittura, in alcuni discenti, la presunzione, l’arroganza (direi anche l’ignoranza) di mettersi allo stesso livello dei docenti, a volte di sentirsi superiori e di voler disputare con loro «alla pari» (a che punto siamo arrivati!). Distinguiamo bene i ruoli e rispettiamo le regole, finché sono vigenti (è inutile disperarsi per un otto di condotta se si è infranta una norma).
- I docenti non ascoltano, non sono empatici, non cercano di capire le difficoltà dell’allievo, sono dei burocrati? Queste sono percezioni false (vogliamo sperare in buona fede). Da anni (adesso, con il sistema, peraltro discutibile, dell’educazione alla cittadinanza, ancora di più) si cerca il dialogo con i ragazzi, si parla di empatia, si fanno (i docenti ne sono costretti) corsi di psicologia e di comunicazione per poter capire e aiutare i giovani.
Si cerca di creare per loro un ambiente tranquillo e sereno dove poter crescere in sicurezza e senza timore alcuno e dove gli insegnanti siano visti come «amici» comprensivi (e questo è sbagliato) e non come «feroci aguzzini» (mai lo sono, è soltanto opportunistica immaginazione di qualcuno). Gli aiuti offerti agli allievi sono tanti e tali da arrivare a piani personalizzati per i «fragili» (e i non fragili).
- I docenti sono persone e certamente potranno sbagliare (ma senza intenzione «malvagia»). Anche loro devono riflettere bene e fare un esame di coscienza prima di decisioni finali. E sia ben chiaro: non sono delle macchine o degli impiegati, non si limitano a ripetere la lezione freddamente (la lezione frontale, per quanto si dica, è alla base dell’insegnamento), ma cercano di coinvolgere i ragazzi, non valutano con la calcolatrice (molti e «umani» sono i criteri di valutazione), non si lasciano «dominare» dal registro elettronico (da usare il meno possibile). Il docente non è un amministrativo (senza offesa per nessuno) e cerca sempre la relazione con la classe.
- Non siamo «amministrativi», ma dobbiamo lottare contro una burocrazia sempre più invasiva e contro una tecnologia sempre più invadente (per quanto utile).
- Certo, tutti i sistemi scolastici «provati» dal ’93 a oggi non sono perfetti e hanno bisogno di essere cambiati, anche attraverso i consigli «umili» degli allievi, soprattutto dei nuovi maggiorenni «maturi», perché saranno loro a portare avanti la società (e non sarà facile) e a costruire il futuro, anche scolastico, con risultati, ci auguriamo (senza nessuna ironia), migliori dei nostri.
Sapranno trovare le soluzioni giuste dove noi abbiamo sbagliato? Che sia veramente così.