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8 marzo, sciopero sparso con mobilitazione femminista: se ci fermiamo noi, si ferma il mondo

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Si allarga il fronte delle adesioni allo sciopero “globale” dell’8 marzo, a cui hanno aderito 40 Paesi del mondo e anche la Women’s March di Washington.

La coincidenza con la Giornata internazionale della donna non è casuale: l’idea è stata avviata in Argentina alcuni anni fa, per poi allargarsi a macchia d’olio. A lanciarla furono le donne di Rosario, parlando anche di sciopero “produttivo e riproduttivo”, per dimostrare che se le donne si fermano, si ferma anche il mondo.

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La particolarità dell’iniziativa è che ogni singola donna, ma anche ogni comparto o categoria professionale, deciderà come aderire. Senza condizionamenti: lo farà con assemblee, dibattiti, cortei, flash mob, conferenze, letture in piazza. E, ovviamente, con le tradizionali manifestazioni di piazza.

Pure i sindacati hanno aderito in modo “sparso”, visto che lo sciopero generale classico è stato proclamato solo da una decina di sigle: Usi, Slai Cobas, Cobas, Confederazione dei Comitati di Base, Usb, Sial Cobas, Usi-Ait, Usb, Sgb, Flc Cgil.

La Scuola sarà quindi bene rappresentata, perché nella lista di chi ha proclamato una giornata di astensione dal lavoro ci sono i lavoratori della conoscenza della Cgil, guidato da Francesco Sinopoli che è l’organizzazione più grande del comparto (allargato anche ad Università e Ricerca).

Non ci saranno, invece, le Confederazioni. “L’8 marzo – spiega la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso – parteciperemo di tutte le iniziative che si svolgeranno nei territori, insieme ai tanti soggetti che si mobilitano e, dove possibile, saremo promotrici di iniziative, dalle assemblee, alle manifestazioni, allo sciopero che siamo pronte a proclamare in ogni luogo di lavoro in cui se ne verifichino le condizioni e il consenso delle delegate e delle lavoratrici ad attuarlo“. La Camusso ha scritto le sue ragioni anche al movimento femminista ‘Non una di meno’.

Le cui aderenti, invece, si fermeranno tutto il giorno: l’8 marzo si asterranno però non solo dal lavoro, ma anche dalla cura, quello in casa e per i figli, per ribadire il loro rifiuto alla violenza di genere.

 

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“L’8 marzo – hanno spiegato a Roma – torna a essere un momento di “mobilitazione femminista”.

“Le donne, e non solo – hanno detto le promotrici presentando la giornata – scenderanno in strada con cortei, assemblee nelle piazze, nelle scuole, negli ospedali, nelle università, per mostrare con forza che la violenza maschile contro le donne è un a questione strutturale della società, che attraversa ogni luogo, dalle case ai posti di lavoro, dai media alle frontiere e che in ogni luogo va contrastata”. La violenza contro le donne, secondo le femministe, non si combatte con l’inasprimento delle pene ma con una trasformazione radicale della società”.

Le sostiene la capogruppo al Senato di Articolo1 – Movimento democratico e progressista, Maria Cecilia Guerra. “Questo movimento – ha detto – si batte contro la violenza maschile contro il razzismo e l’omofobia chiede di essere ascoltato e consultato per stabilire il Piano d’Azione italiano contro la violenza di genere, chiede la fine delle discriminazioni sui luoghi di lavoro, chiede welfare, servizi, e l’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza in ogni ospedale pubblico”.

“Anche noi saremo in piazza come semplici cittadine e cittadini, e invitiamo tutte e tutti a partecipare per dire che la cultura deve cambiare e le donne – ha concluso Guerra – devono poter essere libere di scegliere senza pagare la loro libertà con la vita”.