Abolizione del valore legale del titolo di studio: che significa? In poche parole, significa che, per esempio, un ragioniere potrà fare il geometra e che un corso di studio equivale ad un altro, tranne che una agenzia specializzata, o un corso post diploma, legalizzi il titolo, renda cioè geometra il geometra e ragioniere il ragioniere, fermo restando che il geometra può liberamente partecipare alla prova/esame o al corso svolto da agenzie indipendenti per dare valore reale al titolo del ragioniere e viceversa per il ragioniere che vuole fare il geometra.
Il punto centrale del dibattito diventa allora quello di formare diplomati portatori di un titolo di studio fruibile per tutte le occasioni e spendibile nella sua specificità solo se un Ente, o una scuola abilitata all’uopo, lo rende tale.
Il fumus della intenzione può andare anche oltre, fino all’università in grado di formare avvocati in condizione di specializzarsi in odontoiatria, seppure dopo avere superato un corso/ concorso/ prova/ abilitazione/o altro.
Ma c’è di più. Siccome un titolo equivale ad un altro, essendo per esempio il diploma preso a Catania senza alcun valore legale rispetto a uno simile preso a Bolzano, a stabilire una determinata figura professionale potrebbe essere la scuola di provenienza, non già il suo specifico valore che deve tenere conto del voto e delle altre componenti giuridiche.
Dunque, togliere valore legale al titolo di studio, laurea compresa, ha pure come presupposto la concorrenza fra istituti e università fra di loro, con l’obiettivo di rendere i propri studenti più geometri degli altri e più ragionieri degli altri, dal momento che sarebbe il mercato a selezionare i veri e più in gamba professionisti del settore.
E non solo, ma risulterebbe conseguenziale una graduatoria delle scuole migliori e delle università migliori, in modo che il personale possa essere selezionato, non in funzione del voto conseguito agli esami di stato, che finora ha messo sullo stesso piano tutti i candidati con le rispettive scuole e università, ma in relazione alla provenienza.
Esemplificando: una scuola catalogata da un Istituto di valutazione 100 garantisce che i suoi geometri (o avvocati per le università) sono al top della preparazione, per cui già in partenza sarebbero preferiti.
Punto di forza della liberalizzazione del titolo sarebbe la concorrenza che le scuole e le università sarebbero costrette a farsi per raggiungere le vette nelle graduatorie stabilite dagli istituti di valutazione.
Infatti, con l’attuale sistema, un alunno, uscito con 100/100, ha più possibilità di lavorare o entrare all’università, rispetto al coetaneo licenziato con 60/100 anche se quest’ultimo fosse più preparato. Infatti, avendo il titolo valore legale, equipara tutte le scuole sullo stesso piano, sia quella inefficienti e sia quella efficienti, e di cui l’espressione più evidente è il voto, anche se immeritato.
Concorrenza, dunque, fra scuole e fra università, sembrerebbe la parola d’ordine, per ottenere il ranking più favorevole da parte delle agenzie di valutazione e che potrebbe pure determinare l’ammontare delle risorse da assegnare a ciascuna scuola o università per pagare meglio e di più i propri insegnanti.
Infatti, l’unica concorrenza possibile, a parte l’aspetto logistico, si sposta solo sul versante delicato della docenza, dei professori migliori (ma bisognerebbe capire quale parametro li misuri) che verrebbero cooptati e blanditi col profumo di stipendi più lauti e non sulla base di anonime e asettiche graduatorie.