Nel 2024, la popolazione italiana tra i 20 e i 34 anni conta circa 9 milioni e 101mila individui, un bacino di risorse umane che presenta però caratteristiche d’istruzione peculiari e, per certi versi, critiche rispetto al contesto europeo. Sebbene il titolo di studio rimanga il principale volano per l’occupazione, l’Italia continua a scontare un deficit strutturale di laureati e una transizione verso il lavoro particolarmente lenta.
Questo è quanto emerge dal modulo su “Giovani nel mercato del lavoro”, armonizzato a livello europeo, inserito nella Rilevazione sulle forze di lavoro condotta dall’ISTAT nel corso del 2024.
La distribuzione dei livelli di istruzione tra i giovani residenti in Italia vede una netta prevalenza dei diplomati:
Il dato più significativo riguarda proprio quest’ultima categoria: in Italia la quota di laureati tra i giovani è inferiore di 11,3 punti percentuali rispetto alla media dell’Unione Europea (Ue27). Molti giovani decidono di fermarsi dopo il diploma: il 60,7% dei diplomati che avrebbero accesso all’università sceglie di non proseguire, spinto principalmente dal desiderio di iniziare a lavorare o da necessità economiche.
Nonostante la bassa percentuale di laureati, i dati confermano che studiare conviene. Il tasso di occupazione per i giovani (20-34 anni) usciti dal sistema formativo cresce progressivamente con il titolo di studio:
L’alto livello di istruzione agisce anche come potente livellatore sociale: il divario di genere nel tasso di occupazione, che è di ben 34,1 punti tra chi ha titoli bassi, si riduce drasticamente a soli 4,1 punti tra chi possiede un titolo terziario. Tuttavia, rimane un forte squilibrio territoriale, con i laureati del Mezzogiorno che hanno un tasso di occupazione del 70,7%, contro l’88,7% di quelli residenti al Nord.
Un elemento critico che emerge dal rapporto è la lentezza del sistema italiano: la transizione dalla scuola al lavoro è molto più farraginosa rispetto alla media europea. Anche una volta inseriti, molti giovani avvertono una discrepanza tra quanto studiato e quanto richiesto dal mercato.
Il 24,8% dei laureati e il 33,0% dei diplomati dichiara di svolgere una professione per la quale sarebbe stato sufficiente un livello di istruzione più basso (fenomeno della sovraistruzione). Questa percezione è particolarmente diffusa tra chi ha contratti precari o di collaborazione, dove le quote di sovraistruiti sfiorano o superano il 40%. Il fenomeno tocca punte estreme in settori come l’agricoltura (82,2% di laureati sovraistruiti) e la ristorazione (58,1%), mentre risulta minimo nel settore dell’istruzione e della sanità.
Nel dettaglio, tra chi svolge professioni non qualificate, la quota dei diplomati sovraistruiti supera la metà e raggiunge l’85% tra gli addetti alle pulizie domestiche e i lavoratori agricoli (il gruppo delle professioni non qualificate coinvolge il 10,4% dei diplomati occupati o con una precedente attività lavorativa).
La quota di diplomati sovraistruiti è molto elevata anche tra le professioni in attività commerciali e dei servizi (42,4%),
in particolare tra gli addetti alle vendite in negozio, i camerieri e i baristi (il gruppo professionale coinvolge il 32,2% dei
diplomati occupati o ex-occupati).
Quattro conduttori di impianti e macchinari su 10 (40,9%) sono sovraistruiti, l’incidenza scende al 29,3% tra gli artigiani
e operai specializzati, mentre lo è un impiegato su cinque (20,2%, con valori sopra la media per gli addetti al
magazzino e ai trasporti e per gli impiegati dei contact center).
Più ridotta, pari al 14,2%, la sovraistruzione tra coloro che svolgono una professione tecnica (tra le incidenze sopra la
media quelle degli agenti per l’impiego e degli agenti immobiliari).

Tra i diplomati, l’Italia mostra una diffusione più elevata di sovraistruzione rispetto alla media Ue27 in quasi tutti i
gruppi professionali, con l’eccezione delle professioni impiegatizie, tecniche e specialistiche, per le quali le differenze
Italia-Ue27 tendono ad annullarsi
Se, a prescindere dal titolo conseguito, si considera il complesso delle competenze possedute – siano esse acquisite
in precedenti lavori, con corsi di formazione al di fuori di quelli formali o con modalità di autoapprendimento – più di
un diplomato e laureato sovraistruito su due ritiene che il lavoro non sia adeguato rispetto alle competenze possedute.
Meno di uno su 10 dichiara che le competenze possedute non sono sufficienti, mentre oltre uno su quattro afferma
che il lavoro è coerente con le competenze complessive possedute; a quest’ultimo risultato potrebbe contribuire anche
l’eventuale formazione fuori dai percorsi scolastici/universitari che può facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di
lavoro.

Il quadro del 2024 delinea un’Italia a due velocità: da un lato, l’istruzione elevata garantisce oggettivamente migliori prospettive occupazionali e riduce le disuguaglianze; dall’altro, il Paese fatica sia a produrre un numero di laureati in linea con l’Europa, sia ad assorbire in modo coerente e rapido le competenze di chi ha concluso con successo il proprio percorso di studi.