È morto nella notte tra lunedì 23 e martedì 24 marzo 2026 Gino Paoli, uno dei più grandi cantautori della storia della musica italiana. Aveva 91 anni. Nato a Monfalcone il 23 settembre 1934, viveva a Genova, la città che lo aveva adottato e che lui aveva restituito al mondo attraverso le sue canzoni.
Paoli nasce in territorio giuliano-dalmata, ma la famiglia è costretta a fuggire verso Genova per sfuggire alla pulizia etnica del regime di Tito. Un’origine segnata dal dolore, che il cantautore non ha mai rinnegato. “Dieci anni dopo, parte della famiglia di mia madre morì infoibata”, raccontò in un’intervista del 2005. È proprio nel capoluogo ligure che Paoli cresce e trova la sua voce artistica, stringendo amicizia con quella che diventerà la leggendaria scuola genovese: Fabrizio De André, Luigi Tenco, Bruno Lauzi e Umberto Bindi. Un sodalizio umano e musicale destinato a lasciare un segno indelebile nella cultura italiana.
Esordisce nel 1959 con La tua mano, ma è l’anno successivo che tutto cambia: La gatta e soprattutto Il cielo in una stanza lo consacrano come uno dei più originali talenti della canzone d’autore italiana. Fu il paroliere Mogol a convincere Mina a incidere quel brano diventato immortale. “Volevo descrivere l’attimo in cui sei a letto con una donna, hai appena fatto l’amore, e nell’aria percepisci una sorta di magia, che non sai da dove arrivi e che svanisce subito”, spiegò Paoli. Nel 1963 arriva il trionfo con Sapore di sale, che lo trasforma in un divo di massa. “Per me quel successo ha significato diventare un divo vero, con le ragazzine che mi strappavano i vestiti”, confesserà anni dopo. Ma l’apice coincide con la crisi: il 13 luglio dello stesso anno tenta il suicidio. “Mi sparai al petto perché avevo tutto e non sentivo più niente”, dirà. Vivrà per il resto dei suoi giorni con una pallottola nel pericardio, che i medici non vollero mai estrarre.
Fino agli ultimi anni Paoli non ha smesso di ragionare sul rapporto tra arte, cultura e formazione dei giovani. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel maggio 2024, aveva affrontato il tema dell‘insegnamento della musica d’autore nelle scuole con la consueta schiettezza. “La musica d’autore andrebbe insegnata a scuola, ma nel modo giusto”, aveva esordito. E sulle storture della didattica tradizionale aveva aggiunto: “I poeti — Carducci, Pascoli, Leopardi — sono stati massacrati dalla scuola, che cercando di imporli li ha resi polverosi. Quando poi li riscopri da adulto, ti rendi conto di quanta bellezza ci sia nell’albero a cui tendevi la pargoletta mano, il verde melograno da’ bei vermigli fior”.