Home Archivio storico 1998-2013 Personale Aggiornamento: si torna all’obbligo?

Aggiornamento: si torna all’obbligo?

CONDIVIDI
  • Credion

Quello dell’obbligo di aggiornamento sta diventando uno dei temi centrali del dibattito politico e sindacale.
Superando un tabù vecchio di 15 anni, con il decreto legge 104 che è adesso all’esame del Parlamento, il ministro Carrozza ha reintrodotto la formula dell’aggiornamento obbligatorio che venne cancellata dal CCNL del comparto scuola a fine anni novanta, per volontà del ministro Berlinguer.
Fino a quella data, infatti, vigeva la regola che per transitare da un gradone stipendiale all’altro era necessario aver svolto 100 ore di attività di aggiornamento.
Poi, con il contratto firmato nel maggio del 1999, l’aggiornamento diventa un diritto del personale docente.
Ma ormai non da oggi gli stessi sindacati riconoscono che questa impostazione presenta non poche contraddizioni, tanto che quando alcuni anni fa pareva che si iniziasse a parlare di un nuovo contratto nazionale, diverse organizzazioni sindacali ammisero che forse sarebbe stato il caso di tornare a parlare di obbligo di formazione.
Basti pensare al caso dell’insegnamento della lingua inglese nella scuola primaria che non si riesce ad attribuire ai docenti di classe perché coloro che non dispongono di adeguata formazione non possono essere obbligati a frequentare i corsi.
Adesso, però, l’articolo 16 del decreto 104 parla esplicitamente di aggiornamento obbligatorio, formulazione sulla quale si trovano concordi tutte le forze politiche ad eccezione del M5S che ne propone la cancellazione.
E non è da escludere che con la legge di stabilità si torni al meccanismo in vigore fino al 1998 quando il passaggio da un gradone all’altro era legato alle attività formative svolte.
Potrebbe essere una soluzione che mette d’accordo Governo e sindacati pronti ad alzare le barricate se si dovesse parlare di valutazione delle prestazioni ma disponibili forse ad accettare l’idea che lo sviluppo di carriera sia legato al maggior impegno nelle attività formative o nello svolgimento di incarichi aggiuntivi. D’altronde se il fondo di istituto è destinato a scomparire, gli incarichi aggiuntivi potrebbero essere compensati con la prospettiva di ottenere uno scatto di stipendio dopo qualche anno.