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01.08.2025

Allarme lingue straniere: sempre meno studenti scelgono i percorsi linguistici

Sempre meno studenti apprendono le lingue straniere. Il trend anglosassone preoccupa altamente le istituzioni locali ed europee: pochissimi sono gli iscritti ai programmi linguistici nelle scuole secondarie. Si preferisce, nel proprio curriculum studiorum, sostituirle con le scienze motorie. Un’analisi interna evidenzia un calo complessivo, dalla scuola superiore all’università, di studenti interessati ed attivi nei percorsi linguistici. Complice, probabilmente, l’utilizzo attivo di softwares avanzati che garantiscono traduzioni istantanee ma non sempre accuratissime. La carenza di docenti di tali discipline di certo non agevola iscrizione ed organizzazione dei corsi sul territorio. Gli studenti anglosassoni hanno così la possibilità di allestire a piacimento il proprio percorso di studi. Peccato che l’apprendimento delle lingue sia considerato solo un’attività aggiuntiva e non fondamentale, complementare. La specializzazione nell’apprendimento degli idiomi tradizionali, il cui insegnamento risulta tuttora ancorato ai testi di grammatica ed alla didattica tradizionale, è la strada meno battuta dai giovani anglosassoni.

Il decadimento della specializzazione

In Inghilterra, il declino dell’insegnamento delle lingue straniere ha raggiunto nel 2025 livelli allarmanti, come confermato dai dati sugli esami A-level: le iscrizioni in francese sono diminuite dell’8,3% rispetto all’anno precedente, mentre quelle in tedesco sono calate del 6,8%, segnando uno dei punti più bassi mai registrati nella storia recente del sistema educativo britannico. Complessivamente, solo il 2,97% degli studenti ha scelto di sostenere un A-level in lingue moderne, classiche o minoritarie come gallese e irlandese, un dato inferiore persino a quello relativo all’educazione fisica. Questo calo non si limita alle scuole secondarie superiori: tra il 2019 e il 2024, le iscrizioni ai corsi universitari di lingue si sono ridotte del 20%, con la conseguente chiusura o ridimensionamento di almeno 28 dipartimenti accademici specializzati. Particolarmente marcata è la disparità tra aree socialmente avvantaggiate e contesti meno abbienti: solo il 47% degli studenti di Year 11 nelle scuole statali più svantaggiate si iscrive a un GCSE in lingua, contro il 69% delle scuole in zone più ricche. Inoltre, solo una scuola su tre in aree economicamente deprivate offre corsi di lingua a livello A-level, mentre nelle aree benestanti tale percentuale supera il 45%, delineando un divario educativo sempre più strutturale.

Le cause 

Le ragioni di questo tracollo sono complesse e affondano le radici in diversi fattori sistemici. Uno dei problemi principali riguarda la drammatica carenza di docenti di lingue qualificate: nel 2024 è stato raggiunto solo il 43% dell’obiettivo di reclutamento nazionale, un risultato aggravato dalla fuoriuscita di insegnanti madrelingua seguita alla Brexit. A questo si aggiunge una percezione culturale negativa: le lingue sono considerate materie particolarmente impegnative, in cui è difficile ottenere voti alti, e spesso vengono ritenute poco utili per le carriere future, specialmente in un contesto anglofono dove l’inglese è lingua globale. L’avvento di traduttori automatici fa il resto. Tale convinzione porta molti studenti a preferire discipline ritenute più “sicure” dal punto di vista della valutazione e dell’accesso universitario. Inoltre, l’approccio didattico diffuso nelle scuole inglesi rimane ancorato a metodi poco coinvolgenti, basati su grammatica e memorizzazione piuttosto che sulla comunicazione e sull’interazione reale, scoraggiando l’interesse e la motivazione. Il risultato è un circolo vizioso in cui la riduzione della domanda porta alla soppressione dell’offerta, con effetti a catena sull’università, sulla ricerca, e sulla capacità complessiva del Regno Unito di formare cittadini culturalmente e linguisticamente competenti in un mondo sempre più interconnesso.

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