Riconoscere la plusdotazione come bisogno educativo specifico è un passo decisivo per la scuola italiana. Il nuovo disegno di legge, approvato il 7 ottobre scorso dal Senato e attualmente all’esame della Camera, apre a percorsi personalizzati, formazione per i docenti e una rete di collaborazione tra istituzioni, ma lascia ancora alcune questioni irrisolte.
Dell’argomento si occupa anche il portale specializzato Lavoce.info con un articolo a firma di tre esperte (Giulia Maria Cavaletto, Federica Cornali e Alice Scavarda).
Già dal 2012, spiegano le tre studiose, la plusdotazione era stata riconosciuta come bisogno educativo speciale, ma mancava una cornice legislativa organica. Con questo intervento l’Italia si allinea alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa, che da oltre trent’anni sottolineano come nessun Paese possa permettersi di disperdere i propri talenti. L’obiettivo è duplice: promuovere il benessere individuale degli studenti e valorizzare una risorsa fondamentale per la società.
Non esistono dati ufficiali aggiornati sul numero di studenti plusdotati, ma le stime europee indicano una percentuale compresa tra il 3 e il 10 per cento della popolazione scolastica. Si tratta di bambini e ragazzi con capacità cognitive significativamente superiori alla media, caratterizzate da apprendimento rapido, pensiero complesso, creatività ed elevata consapevolezza dei propri processi mentali.
La plusdotazione, tuttavia, non coincide sempre con un percorso scolastico lineare e di successo. Spesso è accompagnata da uno sviluppo asincrono: alle abilità cognitive avanzate si affiancano ipersensibilità emotiva, forte empatia e una percezione amplificata della frustrazione. Ne derivano comportamenti che possono apparire problematici: oppositività, disinteresse, isolamento, noia. In assenza di risposte educative adeguate, questi studenti rischiano demotivazione, scarso rendimento e persino l’abbandono scolastico.
La difficoltà non riguarda solo il singolo alunno, ma l’intero contesto classe. L’eterogeneità delle manifestazioni dell’alto potenziale cognitivo, che non si traduce necessariamente in eccellenza in tutte le discipline, smentisce stereotipi diffusi e mette in crisi aspettative improprie. La mancanza di una formazione specifica obbligatoria per i docenti rende spesso complesso riconoscere la plusdotazione e predisporre strategie didattiche efficaci, con un impatto negativo sull’inclusione e sulla valorizzazione delle differenze.
Il disegno di legge – sottolineano le tre esperte basandosi anche su dati di ricerche internazionali – introduce per la prima volta la definizione di studente ad alto potenziale cognitivo (Apc) e riconosce la necessità di risposte educative mirate. Tra le misure previste figurano la realizzazione di piani personalizzati, la formazione dei docenti, l’istituzione di un referente per l’alto potenziale in ogni scuola, l’integrazione del tema nei percorsi universitari di area educativa e psicologica e una collaborazione strutturata tra scuola, famiglie e servizi sanitari.
Si tratta di elementi cruciali per individuare precocemente la plusdotazione e sostenere i percorsi di crescita di questi studenti.
Restano però alcuni nodi da sciogliere. In particolare, la definizione delle procedure di identificazione e riconoscimento è demandata a futuri decreti legislativi, così come la concreta attuazione della sperimentazione triennale prevista dal piano. Non è ancora chiaro come verranno distribuite le risorse né come saranno valorizzate le numerose esperienze già attive sul territorio, dalle reti di scuole ai centri di ricerca universitari e alle associazioni scientifiche.
Al di là degli aspetti applicativi, la nuova normativa segnala comunque l’urgenza di un cambiamento culturale profondo. Superare una concezione del bisogno educativo limitata alla dimensione compensativa, abbandonare l’idea che gli studenti molto dotati siano automaticamente autonomi e autosufficienti, e spostare l’attenzione sulla promozione delle potenzialità: questa è la sfida che attende la scuola italiana.
Se sarà accompagnata da risorse adeguate, formazione qualificata e una visione inclusiva, la legge – concludono le tre ricercatrici – potrà trasformarsi in un reale strumento di equità e valorizzazione dei talenti. In gioco non c’è soltanto il successo di alcuni studenti, ma la capacità del sistema educativo di riconoscere e coltivare tutte le forme di eccellenza.