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Antonio Gramsci e la scuola: rimettere il docente al centro dell’azione educativa [VIDEO]

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In una splendida cornice medievale ha avuto luogo il 4 ottobre a Viterbo, nei locali della Libreria Etruria di Viale Giacomo Matteotti, la presentazione di un libro che riguarda da vicino gli insegnanti: Gramsci per la scuola: conoscere è vivere, di Giuseppe Benedetti (saggista e docente) e Donatella Coccoli (giornalista del settimanale Left). Di fronte a circa 60 persone gli Autori hanno risposto alle domande di chi scrive e della Professoressa Annalisa Pacini. Alla presentazione è seguito un vivace dibattito col pubblico presente.

Il saggio (che sta già incontrando un buon successo nelle librerie) espone il pensiero di Antonio Gramsci su Scuola, educazione e istruzione. Gramsci, intellettuale sincero, si poneva il problema di cosa l’Uomo realmente sia. Perciò poneva la Scuola al centro della propria riflessione, ed alla Scuola conferiva grande importanza sociale, civile, politica.

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La Tecnica della Scuola ha intervistato gli autori:

Dottoressa Coccoli, in Italia la cultura viene disprezzata. Cosa pensava Gramsci del rapporto tra intellettuali e popolo?

Il pensiero di Gramsci è stato completamente annullato dal 1945 ad oggi, soprattutto a proposito del rapporto tra intellettuali e popolo (inteso come classi subalterne). Gramsci — già nei primi decenni del secolo — metteva in evidenza la cesura esistente tra gli intellettuali (tra i quali includeva anche i socialisti riformisti) e le classi subalterne. Il popolo per lui era anche intellettuale, perché egli sosteneva che tutti gli esseri umani sono intellettuali; infatti tutti, grazie alla Scuola e alla formazione, possono essere artefici di una concezione del mondo. Quindi ancor più erano colpevoli gli intellettuali che non sentivano quel che sentiva il popolo.

Gramsci al contrario amava stare in mezzo agli operai. Realizzò “L’Ordine Nuovo” insieme agli operai di Torino (una delle città più moderne e più all’avanguardia d’Europa).

Perciò dall’aver ignorato quella  sua denuncia — rimasta isolata nel tempo — deriva tutta l’assenza della Sinistra nei confronti della cultura popolare (bollata come “folklorica” ma non compresa nell’intimo). La frattura che c’è oggi, il “silenzio degli intellettuali” — per riprendere il titolo di un’intervista di Asor Rosa — dipende anche dal fatto che quell’allarme, quel grido di dolore che Gramsci che aveva lanciato, è rimasto senza risposta.

Professor Benedetti, l’opposizione di Gramsci a Croce ed al nesso tra metafisica, antistoricismo e dogmatismo, è opposizione ad una cultura italiana di matrice idealistica, particolarmente legata alla tradizione ma svincolata dalla realtà. Quanto è attuale oggi questa opposizione?

Gramsci diceva che, se le cose sono complicate e difficili, non bisogna semplificarle, perché altrimenti si cade nella sguaiataggine e si tradisce il pensiero di chi le ha pensate. Diceva nello stesso tempo che tutti gli esseri umani erano in grado di comprendere qualunque cosa.

La sua domanda riguarda il sapere astratto: discorso di grandissima attualità. Infatti Gramsci è stato messo da parte dalla Sinistra consapevolmente. Al suo posto sono stati considerati come riferimenti della Sinistra scrittori e intellettuali che pensavano in un modo e agivano in un altro. Gramsci, al contrario, faceva quel che diceva e diceva quel che faceva. E la sua concezione della conoscenza è quella di una conoscenza vissuta, che aveva una ricaduta nella realtà pratica.

Questo discorso sul sapere astratto poi riguarda la concezione della conoscenza e del sapere affermatasi a partire dagli anni ’60; con grandi responsabilità di Don Lorenzo Milani (cui abbiamo riservato un capitolo) e poi di quello che è stato definito “il Sessantotto” (che non è certo un periodo da demonizzare, ma ha generato un’idea, che poi avuto un grande successo e che persiste, secondo la quale “il sapere è reazionario” e “la conoscenza è di destra”). Da questo imbarazzo di tanti intellettuali di sinistra nei confronti della conoscenza, del sapere, deriva il dogma secondo cui il sapere va mitigato, controllato, reso simpatico, divertente, anche quando è faticoso.

Ciò ha prodotto un disastro nella scuola: frutto di una motivazione ideologico-politica, che ha portato ad un’educazione cosiddetta “democratica”, ma che in realtà lascia la società divisa per caste. Di conseguenza oggi la scuola non è più un ascensore sociale, grazie appunto a questa idea di sapere che è nata negli anni ’60. Fosse stato seguito Gramsci, non saremmo arrivati allo sfascio attuale. Gramsci invece è stato dimenticato.

Man mano che andavamo avanti nello studio di Gramsci, io e Donatella ci guardavamo e ci chiedevamo: ma com’è possibile che questi concetti meravigliosi, che aveva espresso cent’anni fa un intellettuale di sinistra, siano stati accantonati, cancellati, dimenticati? Esistono istituzioni, fondazioni, che si occupano di conservare e tramandare il pensiero di Gramsci, e malgrado ciò è stato tenuto nascosto tutto questo?

Perciò siamo andati avanti col nostro lavoro, il cui risultato è questo libro.

Quindi come sarebbe oggi la Scuola italiana se avesse prevalso il pensiero pedagogico di Gramsci rispetto a quello di don Milani?

Sarebbe cambiata la considerazione dei docenti: al centro della Scuola ci sarebbero realmente i docenti, e non i sistemi (4 + 2, 5 + 3, e via dicendo), né quella che è una specie di “ingegneria scolastica”: ossia la costruzione dell’edificio senza considerarne i protagonisti e gli abitanti, che sono appunto gli insegnanti. Eppure gli insegnanti sono decisivi per una buona Scuola, perché un buon insegnante determina automaticamente una buona scuola: paradigma completamente diverso rispetto a quello attuale, in cui si fa molta retorica sulla Scuola; a cominciare dall’espressione «mettere lo studente al centro della scuola». Come già diceva Gramsci cent’anni fa, più si dice che «lo studente è al centro della scuola», e più invece ci si disinteressa delle esigenze e dei problemi dei giovani.