Gli stipendi del comparto istruzione crescono – e lo faranno ancora quando entreranno in vigore gli aumenti previsti dal nuovo contratto collettivo nazionale del triennio 2022-2024 – ma il confronto con il resto della Pubblica amministrazione, salvo rari casi, resta impietoso. È quanto emerge dall’ultimo Rapporto semestrale dell’Aran, l’Agenzia che rappresenta lo Stato nelle trattative contrattuali.

Nell’anno in corso, le retribuzioni nel comparto Istruzione e Ricerca hanno registrato una crescita del 2,8%. Un dato leggermente superiore alla media generale della Pubblica Amministrazione, che si attesta al 2,7%, e più alto rispetto alla sanità (+0,8%) e alle funzioni locali (+0,6%), settori che a loro volta stanno aspettando che i nuovi contratti producano i loro effetti. Ma è rispetto alle Funzioni Centrali (ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici), che il confronto è impietoso. In questo comparto, infatti, l’aumento nel 2025 è stato del 5,4%, quasi il doppio rispetto a quello dei docenti e del personale scolastico. Un’impennata dovuta a diversi fattori, dall’anticipo del rinnovo contrattuale al potenziamento dell’indennità di vacanza, fino al ricalibro delle indennità di amministrazione.

Il rapporto dell’Aran prende in considerazione anche lo storico, indicando gli aumenti registrati tra il 2015 e il 2025 nei diversi comparti. Nel decennio, le retribuzioni dei dipendenti scolastici sono cresciute complessivamente del 13,4%, una cifra che pone il comparto in fondo alla classifica insieme alle Funzioni locali. Nello stesso arco di tempo, la media della Pubblica Amministrazione è salita del 14,9%, trainata proprio dai ministeri che hanno visto gli stipendi lievitare del 17,7%. In pratica, chi lavora in un ministero ha goduto di una crescita retributiva superiore di oltre quattro punti percentuali rispetto a chi lavora in un istituto scolastico. Anche il settore privato, con un incremento del 16,2%, ha fatto meglio della scuola nel lungo periodo.

Stando alle valutazioni dell’Aran, gran parte del vantaggio accumulato dai ministeri deriva da interventi specifici di “perequazione”, ovvero somme stanziate per riequilibrare le indennità tra le diverse amministrazioni centrali, che hanno aggiunto circa il 2% di aumento rispetto agli altri comparti. Per la scuola, la speranza è riposta nei rinnovi contrattuali conclusi tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Questi accordi non sono ancora stati pienamente assorbiti dalle statistiche attuali e potrebbero, nei prossimi mesi, ridurre parzialmente un distacco che oggi appare ancora troppo marcato.