Björn Andrésen, l’attore svedese divenuto famoso grazie al ruolo del giovane Tadzio, il ragazzo angelico e silenzioso che ossessiona il compositore Gustav von Aschenbach ormai in fin di vita, nel film del 1971 di Luchino Visconti, tratto appunto da “Morte a Venezia” di Thomas Mann, è morto all’età di 70 anni a Stoccolma.
Visconti lo scelse per la sua bellezza efebica, angelica, definendolo “il ragazzo più bello del mondo” e con un’enfasi tale chel’avrebbe perseguitato per tutta la vita. Non un personaggio, dunque ma un simbolo. Non un individuo, ma un’idea su cui proiettare desideri e fantasie, mentre nel testo di Mann, Tadzio incarna la bellezza irraggiungibile, la scintilla che spinge Aschenbach verso l’ossessione e il decadimento, in sintonia con la pestilenza che avvolge Venezia.
All’epoca aveva solo 16 anni e già a Cannes, alla prima del film, conquistò il pubblico per la sua grazia e le sue fattezze, rendendolo però nello stesso tempo un’icona gay, un ruolo che l’attore non volle mai accettare, rifiutando ogni copione che, anche lontanamente, potesse confermare quell’impressione.
E questo disagio lo raccontò in diverse interviste, definendo “un inferno” il luogo ambiguo dove Visconti lo aveva fatto cadere.
Fu la nonna, perduto il padre e la madre, a incoraggiarlo verso la carriera artistica, spingendolo prima come modello e poi come attore, ma sarebbe stata la foto inviata a Visconti, mentre preparava “Morte a Venezia”, a cambiarne per sempre il suo destino.
In un documentario , realizzato in occasione dell’anniversario del film di Visconti, aveva raccontato le luci e le ombre di quella fama precoce.
Sembra pure che La sua immagine avrebbe ispirato Riyoko Ikeda per realizzare il personaggio di Lady Oscar.
Per decenni l’attore ha subito le conseguenze psicologiche di quella notorietà, combattendo la depressione e conducendo una vita appartata in Svezia, lontano da quella Venezia cinematografica e da quella Cannes che una volta lo avevano consacrato.