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Boom alunni con sostegno, Dsa, Bes: almeno tre per classe, molti docenti non ce la fanno e tanti lasciano

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In ogni classe italiana sono iscritti in media tre alunni con problemi nell’apprendere: con disabilità, disturbi specifici di apprendimento e bisogni educativi speciali. Perché nelle nostre scuole risultano frequentanti almeno un milione di ragazzi con disabilità, portatori di sostegno (quasi 300 mila), Dsa e Bes. Il dato è stato ricordato durante il Convegno nazionale dell’associazione Laribinto-Progetti Dislessia onlus, svolto il 25 gennaio all’Università Bicocca di Milano.

I numeri

I numeri forniti dall’associazione sono quelli di una scuola dove, poiché gli interventi non sono sempre adeguati e diversi docenti non comprendono il loro malessere, molti di questi giovani si perdono per strada e abbandonano la scuola: soprattutto i portatori di bisogni educativi speciali.

L’associazione ha ricordato che dal 1995 al 2018, ben 3 milioni e mezzo di studenti hanno lasciato i banchi.

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Si tratta di ragazzi (soprattutto del biennio della seconda superiore), che hanno generato un costo economico stimato in 55 miliardi di euro.

Serve una didattica inclusiva

“Tra Dsa, disabilità e altri problemi, si parla di oltre un milione di ragazzi in Italia, secondo i numeri di Tuttoscuola ricavati dai dati del Miur”, ha detto Maria Dimita, presidente dell’associazione Laribinto.

“Riflettendo in particolare su quanto avvenuto con l’introduzione delle norme sui Bes – ha continuato – riteniamo che non sia sufficiente un generico rinnovamento della didattica, ma che sia necessario puntare sull’attuazione di una didattica inclusiva per la classe, capace di salvaguardare i diritti di tutti gli alunni mettendo ciascuno in grado di raggiungere il successo formativo in relazione alla propria diversità”.

“Una didattica così progettata – ha detto ancora Dimita – non avrebbe bisogno di certificazioni ma soltanto di un approfondimento sul profilo degli studenti, per conoscerli meglio nelle loro potenzialità o difficoltà, e programmare un piano didattica più efficace”.

Ma per conoscere bene uno studente con difficoltà, occorre anche sapere quali sono le “chiavi” e gli strumenti da adottare.

Tante difficoltà da affrontare da soli

Soprattutto quando i casi non sono isolati: un docente delle superiori che, ad esempio, ha due ore settimanali per classe, potrebbe essere chiamato ad affrontare almeno 15-20 casi (tra sostegno, Dsa e Bes). Alunni che necessitano di percorsi personalizzati, strumenti compensativi e dispensativi, compiti e spiegazioni semplificate, oltre che tanta disponibilità all’ascolto.

E, soprattutto, la necessità di essere preparati diventa fondamentale dal momento che il docente è solo raramente affiancato da una rete di esperti (psicologi, assistenti sociali, logopedisti, ecc.), il cui apporto sarebbe utilissimo nel percorso formativo di ogni alunno con bisogni speciali.

Aprea (Fi): basta con le modalità di studio del Novecento

Secondo Valentina Aprea (Fi), componente della Commissione Cultura Scienza e Istruzione alla Camera dei Deputati e autrice del libro ‘La scuola dei centennials’, “i giovani nati dopo il Duemila non hanno conosciuto il mondo senza internet: non è possibile pensare di formarli con le modalità di studio del Novecento”.

“Libri ma anche tablet e pc, linguaggi tradizionali ma anche coding – ha continuato l’ex sottosegretaria all’Istruzione – un nuovo modo di apprendere che si affianca a un nuovo modo di insegnare. Eppure, la scuola sembra sottovalutare, in molte sue espressioni, la portata di questi cambiamenti”.

Il coding da imparare in fretta

Su questo argomento, va ricordato la volontà della ministra dell’Innovazione, Paola Pisano, Indipendente vicina al M5S, di introdurre entro il 2022 già dal primo anno della scuola primaria il ‘coding’ e il corretto uso di Internet rendendo la disciplina autonoma. Un programma che, se portato in porto, comporterebbe anche la formazione del corpo docente, che proprio nel primo ciclo d’istruzione è meno avvezzo all’uso delle tecnologie informatiche e interattive.

Sempre la forzista Valentina Aprea, poche settimane fa, sulle competenze da trasmettere sul coding ha detto che “non c’è più molto tempo, soprattutto se bisognerà formare tutti i docenti della scuola italiana a queste nuove competenze. Attualmente, al contrario, il digital divide dei docenti italiani rappresenta una tra le criticità più vistose della scuola italiana”.

In effetti, sono molti i docenti che hanno un accesso proficuo con le nuove tecnologie e chi ne fa un utilizzo basico, non compatibile con chi deve trasmettere competenze.

Insegnanti non formati

Il problema è che l’uso corretto del coding non può di certo bastare ad affrontare i problemi che pone una classe con disabili, Dsa e Bes: i docenti, tutti, dovrebbero essere formati per fronteggiare le singole necessità che emergono dei profili di ognuno di questi alunni.

Invece, la realtà è fatta di una buona fetta di docenti che non hanno mai svolto un’ora di formazione sulla didattica speciale, né frequentato un corso sulla disabilità o anche per sapere come comportarsi quando un allievo mostra ritrosia nei confronti della scuola.

L’ultima riforma, la legge 107 del 2005, aveva previsto che tutti gli insegnanti, anche il personale Ata, avrebbe dovuto frequentare un corso di base per trattare al meglio i ragazzi con disabilità o con limiti di apprendimento scolastico: il progetto, però, non si è mai realizzato. E intanto il numero di disabili, Dsa e Bes cresce.