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Aggiornato il 16.09.2025
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Bullismo: forse i giovani non fanno altro che imitare i comportamenti degli adulti, politici compresi. Un appello del pedagogista Lucisano

Arriva da Pietro Lucisano, già docente di pedagogia sperimentale presso l’Università “La Sapienza” di Roma un appello sul tema del bullismo; appello accolto e divulgato anche dalla redazione di Educationduepuntozero, la rivista fondata più di una quarto di secolo fa da Luigi Berlinguer.

L’appello – va subito detto – è un richiamo forte alla responsabilità educativa degli adulti e dei docenti in particolare.

Negli ultimi anni – sottolinea Lucisano – il fenomeno del bullismo giovanile ha assunto dimensioni preoccupanti, diventando un tema costante nei media e nelle agende educative. Ragazzi, e persino bambini, sono spesso protagonisti di episodi di violenza verbale e fisica che scuotono l’opinione pubblica. Eppure, concentrarsi solo sul comportamento dei giovani rischia di farci perdere di vista le radici più profonde del problema: il bullismo nasce e si alimenta nei comportamenti degli adulti.

Viviamo in un tempo in cui la “buona educazione” viene derisa come ipocrisia e il rispetto delle regole appare un limite alla libertà personale. In politica, nei media e perfino nella vita quotidiana assistiamo a un linguaggio sempre più violento, fatto di insulti, sarcasmo e prevaricazioni. L’offesa diventa spettacolo, l’aggressione un titolo che garantisce audience. Così, mentre chiediamo ai giovani di rispettare le regole, tolleriamo e perfino applaudiamo la maleducazione dei potenti.

Ogni parola pubblica, ogni gesto compiuto da chi ricopre ruoli di responsabilità ha un valore formativo. Quando un politico deride l’avversario, quando un dirigente umilia chi la pensa diversamente, quando un giornalista trasforma l’odio in intrattenimento, qualcuno osserva e imita. Troppo spesso quel qualcuno è un adolescente. Non sorprende, allora, che crescano le violenze nelle scuole, nelle strade e nei social.

Il discorso pubblico privo di rispetto educa alla sopraffazione: è un’evidenza culturale e pedagogica. Chi ha potere contribuisce, con il proprio stile, a normalizzare il bullismo e il disprezzo, legittimando un modello relazionale fondato sulla forza anziché sul dialogo.

Non basta condannare il bullismo giovanile, sostiene Lucisano: è necessario chiedere conto agli adulti, soprattutto a coloro che hanno un ruolo pubblico. Le regole della convivenza civile – leggi, norme di comportamento, buona educazione – non possono valere solo per i più deboli. Se chi è potente trasgredisce senza conseguenze, si diffonde l’idea che il rispetto sia un obbligo a geometria variabile.

Per questo occorre una mobilitazione culturale che coinvolga educatori, studiosi, istituzioni e cittadini. Serve un lavoro di ricerca multidisciplinare che analizzi il fenomeno e proponga strategie di contrasto. Ma serve, soprattutto, un impegno etico da parte di chi ha voce nello spazio pubblico: i bulli adulti non vanno isolati, bensì aiutati a crescere come membri responsabili della comunità civile.

Questi gli impegni che – secondo il pedagogista Lucisano – dovrebbero coinvolgere tutti coloro che si occupano di educazione ma anche di comunicazione e di politica:

  • una svolta etica e linguistica in politica, nei media e nelle istituzioni;
  • la fine dell’umiliazione come strumento di comunicazione;
  • la responsabilità educativa del linguaggio pubblico come principio irrinunciabile;
  • la denuncia e l’isolamento di chi persiste in comportamenti di bullismo verbale, mediatico o istituzionale;
  • la costruzione di una cultura democratica fondata sulla dignità, non sul dominio;
  • l’impegno delle società scientifiche a studiare il fenomeno e a proporre soluzioni concrete;
  • l’assunzione di responsabilità da parte della comunità civile, che deve pretendere rispetto ed educazione da chi governa e scegliere i propri rappresentanti anche in base alla loro capacità di dialogo e riflessività.

In poche parole si tratta, in tutti gli ambiti e i contesti, di educare attraverso l’esempio, promuovere rispetto e confronto, bandire l’arroganza e la violenza dal discorso pubblico.

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