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Bullismo, il sottosegretario Ferri chiede aiuto alla scuola

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Per il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, è la scuola “uno dei luoghi nei quali possiamo passare al contrattacco” per combattere il fenomeno del bullismo.

Il sottosegretario lo ha detto in occasione del Consiglio delle Regioni dell’Unione cattolica insegnanti, dirigenti, educatori e formatori (Uciim), reputando il ruolo della scuola determinante, “la strategia migliore” per vincere un fenomeno “che ogni giorno si fa sempre più grave, come dimostrano i recenti fatti di cronaca, non ultimo il suicidio di un ragazzo che non ha sopportato il peso della derisione e degli atti indegni che alcuni suoi coetanei hanno messo in campo nei suoi confronti”.

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Ferri non ha dubbi: “tra le azioni di contrasto che possono essere messe in campo c’è la progettazione di un’organizzazione scolastica che favorisca, in modo permanente, comportamenti responsabili e pro-sociali in tutte le sue componenti (alunni e studenti, insegnanti, personale Ata, genitori). Occorre poi puntare sulla formazione del personale scolastico che deve costituire la leva strategica per implementare la qualità del sistema di istruzione e di formazione attraverso l’offerta di strumenti e di metodologie volti a creare una rete sociale di tutela e di ripristino dei diritti lesi”.

Per il rappresentante del Governo è fondamentale puntare al recupero dei soggetti ‘deviati’: “i nostri sforzi devono inoltre concentrarsi sulla necessità di favorire la reintegrazione sociale di tutti i protagonisti dei fenomeni di aggressività (bullo, vittima, spettatori passivi), nonchè predisporre rapporti collaborativi con gli altri enti e le istituzioni del territorio, con i quali la scuola deve interfacciarsi in modo efficace: le aziende sanitarie, le forze dell’ordine, l’ente locale”.

 

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E anche le altre istituzioni statali, assieme alla scuola, possono dare il loro contributo: “il ruolo dell’istruzione nelle carceri è fondamentale e strategico: per i minori occorre mettere in campo un percorso educativo che punti non solo a insegnare di non violare le leggi, ma anche e soprattutto a educare alla libertà, a riconquistarla, a viverla in modo proficuo per sé e per gli altri”.

E ancora: “educare alla libertà significa insegnare a vivere il quotidiano, favorire la crescita, spingere il minore ad assumersi le responsabilità delle scelte che compie e delle conseguenze che queste comportano. Non basta far conoscere le regole: il minore deve essere in grado, poi, di operare una scelta tra il rispetto o la violazione delle norme. Il tentativo è di spingerlo verso un cammino di consapevolezza, autonomia, coscienza e, in senso più ampio, di crescita”, ha concluso il sottosegretario.

 

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