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10.08.2026

Burqa a scuola, il prof Maggi: “No ai divieti, l’integrazione si costruisce con la cultura”

Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha annunciato per novembre un’assise dedicata all’integrazione degli studenti stranieri, alla quale parteciperanno esponenti politici, sindacati, docenti, esperti e le consulte studentesche, per discutere misure di accoglienza “nel rispetto dell’identità e dei valori del nostro Paese”. Sul tema interviene il professore e content creator Andrea Maggi con una sua riflessione sul Gazzettino, che analizza in particolare l’ipotesi di un divieto del burqa nelle scuole italiane.

Il confronto con gli altri paesi europei

Maggi ricorda come il velo islamico integrale sia già vietato negli istituti scolastici di Francia e Austria: nel primo caso nell’ambito di una legge più ampia sui simboli religiosi nelle scuole pubbliche, nel secondo con un divieto specifico per le studentesse sotto i quattordici anni. Restrizioni simili sono allo studio anche in Belgio e Danimarca. Diversa la situazione negli Stati Uniti, dove l’abbigliamento religioso è tutelato dal Primo Emendamento e non esiste un divieto federale, pur restando possibili codici di abbigliamento locali nel rispetto dei diritti civili.

L’esempio storico dell’Iran

Per argomentare la propria posizione contraria ai divieti imposti per legge, Maggi richiama un precedente storico: nel 1936 il regime dello scià Reza Pahlavi vietò il velo in Iran, arrivando a farlo strappare con la forza dalla polizia alle donne che continuavano a indossarlo. Una misura che, spiega il docente, alimentò un sentimento anticolonialista poi sfociato, alla fine degli anni Settanta, nella rivoluzione khomeinista e nell’imposizione opposta, quella dell’obbligo del velo. Da questo episodio, per Maggi, emerge un principio più generale: “l’integrazione non si ottiene con un’imposizione normativa, ma con un processo culturale”.

La proposta: educazione affettiva obbligatoria

Più che di divieti, secondo Maggi l’assise di novembre dovrebbe occuparsi dell’introduzione a scuola dell’educazione affettiva obbligatoria, estesa a tutte le studentesse e gli studenti di ogni ordine e grado e, auspicabilmente, anche ai loro genitori. Il docente sottolinea come la mancanza di un’educazione al rispetto e alla dignità personale, non riconducibile alla sola questione del velo islamico, riguardi più in generale la parità tra i generi, chiamando in causa anche modelli culturali diffusi dalla stessa televisione italiana negli ultimi decenni.

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