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08.09.2025

Calo delle nascite non solo in Italia. Il caso ellenico e i riflessi sulla scuola

Il Vecchio Continente sta affrontando una crisi demografica che lo pone in fondo alle classifiche, a livello globale, per la natalità. I giovani contraggono matrimonio sempre più raramente e tardi rispetto al trentennio scorso e presentano difficoltà economiche e materiali che impediscono di gestire una famiglia ed allevare dei figli. I salari, specie in Italia, hanno subito scarsissimi aumenti rispetto a venti anni fa mentre il costo della vita è terribilmente aumentato, polverizzando in questo modo il potere d’acquisto e impedendo, convincendo le nuove generazioni a non mettere al mondo nuovi individui da crescere ed educare. La scuola, come in molti altri casi, è l’istituzione che più sensibilmente è interessata dai cambiamenti sociali e demografici. In Grecia, ad esempio, il calo delle nascite è così evidente che in numerose regioni del paese le scuole chiudono a tempo indeterminato, aggregandosi con gli altri (pochi) istituti siti nelle vicinanze favorendo così dispersione e lasciando un grave vacuum nei servizi offerti alla popolazione.

Grecia: Attica e isole a confronto

Il declino demografico sta trasformando le scuole in luoghi inesistenti del futuro. Per l’anno scolastico 2025–2026, il Ministero dell’Istruzione ha disposto la sospensione dell’attività di oltre 750 istituti—più del 5 % del totale—perché non raggiungono il minimo legale di 15 studenti per classe. Questa misura non riguarda solo i villaggi più isolati, ma si estende persino in Attica, la regione di Atene, segnando una caduta che il ministro Sofia Zacharaki descrive come lo specchio della crisi demografica in corso: «Le aule riflettono lo stato dei nostri reparti maternità… i nati sono in caduta da decenni». In sette anni, le iscrizioni alla scuola primaria sono calate di oltre 111.000 unità, pari a un deprezzamento del 19 % rispetto al 2018. Le radici del fenomeno affondano nella combinazione mortifera di basso tasso di fertilità (1,35 figli per donna, fra i più bassi d’Europa), mortalità crescente, emigrazione di giovani e popolazione invecchiata. Se da un lato, in alcune isole come Pserimos, il governo accetta di tenere aperte scuole con pochi studenti — cinque in tutto — per non lasciare comunità scolastiche senza un presidio educativo, altrove le chiusure diventano definitive e inevitabili. L’area metropolitana ne risente: bambini che abitavano vicino alla scuola, oggi magari devono percorrere fino a 80 chilometri ogni giorno per raggiungere l’aula più vicina. Gli esperti demografici avvertono che, senza un cambio di passo nei modelli familiari, nelle politiche di sostenibilità e nei servizi territoriali, l’istruzione pubblica rischia di indebolirsi ulteriormente in alcune aree aggravando la situazione sociale locale.

E in Italia? Calo delle nascite e dispersione

Nel Belpaese, il numero di studenti continua a calare con costanza, un fenomeno silenzioso ma con effetti già visibili. Ogni anno si perdono circa 110–120.000 studenti: oggi gli iscritti scendono da 7,4 milioni nel 2021 a poco più di 6 milioni stimati per l’anno scolastico 2033/34. Sul piano pratico, solo tra la fine del 2023 e l’anno scolastico 2024/25, le scuole statali hanno registrato un calo di 120.813 iscritti, pari all’1,68% del totale. Il trend non è nuovo: le scuole primarie hanno perso quasi 340.000 alunni tra il 2012 e il 2023, scendendo da 2,83 milioni a 2,49 milioni. A livello territoriale, la Sardegna è una delle più colpite, insieme al Sud Italia, con province che hanno registrato tassi di abbandono scolastico oltre il 17% nel 2023. Tuttavia, c’è un segnale incoraggiante: il fenomeno dell’abbandono implicito — ragazzi che restano a scuola ma non acquisiscono le competenze minime — è sceso al 6,6% a livello nazionale, il valore più basso dall’inizio della rilevazione, seppure resti sopra il 10% in regioni come Campania e Sardegna, il che conferma un paese diviso, anche nell’istruzione e nell’apprendimento.

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