Il Vecchio Continente sta affrontando una crisi demografica che lo pone in fondo alle classifiche, a livello globale, per la natalità. I giovani contraggono matrimonio sempre più raramente e tardi rispetto al trentennio scorso e presentano difficoltà economiche e materiali che impediscono di gestire una famiglia ed allevare dei figli. I salari, specie in Italia, hanno subito scarsissimi aumenti rispetto a venti anni fa mentre il costo della vita è terribilmente aumentato, polverizzando in questo modo il potere d’acquisto e impedendo, convincendo le nuove generazioni a non mettere al mondo nuovi individui da crescere ed educare. La scuola, come in molti altri casi, è l’istituzione che più sensibilmente è interessata dai cambiamenti sociali e demografici. In Grecia, ad esempio, il calo delle nascite è così evidente che in numerose regioni del paese le scuole chiudono a tempo indeterminato, aggregandosi con gli altri (pochi) istituti siti nelle vicinanze favorendo così dispersione e lasciando un grave vacuum nei servizi offerti alla popolazione.
Il declino demografico sta trasformando le scuole in luoghi inesistenti del futuro. Per l’anno scolastico 2025–2026, il Ministero dell’Istruzione ha disposto la sospensione dell’attività di oltre 750 istituti—più del 5 % del totale—perché non raggiungono il minimo legale di 15 studenti per classe. Questa misura non riguarda solo i villaggi più isolati, ma si estende persino in Attica, la regione di Atene, segnando una caduta che il ministro Sofia Zacharaki descrive come lo specchio della crisi demografica in corso: «Le aule riflettono lo stato dei nostri reparti maternità… i nati sono in caduta da decenni». In sette anni, le iscrizioni alla scuola primaria sono calate di oltre 111.000 unità, pari a un deprezzamento del 19 % rispetto al 2018. Le radici del fenomeno affondano nella combinazione mortifera di basso tasso di fertilità (1,35 figli per donna, fra i più bassi d’Europa), mortalità crescente, emigrazione di giovani e popolazione invecchiata. Se da un lato, in alcune isole come Pserimos, il governo accetta di tenere aperte scuole con pochi studenti — cinque in tutto — per non lasciare comunità scolastiche senza un presidio educativo, altrove le chiusure diventano definitive e inevitabili. L’area metropolitana ne risente: bambini che abitavano vicino alla scuola, oggi magari devono percorrere fino a 80 chilometri ogni giorno per raggiungere l’aula più vicina. Gli esperti demografici avvertono che, senza un cambio di passo nei modelli familiari, nelle politiche di sostenibilità e nei servizi territoriali, l’istruzione pubblica rischia di indebolirsi ulteriormente in alcune aree aggravando la situazione sociale locale.
Nel Belpaese, il numero di studenti continua a calare con costanza, un fenomeno silenzioso ma con effetti già visibili. Ogni anno si perdono circa 110–120.000 studenti: oggi gli iscritti scendono da 7,4 milioni nel 2021 a poco più di 6 milioni stimati per l’anno scolastico 2033/34. Sul piano pratico, solo tra la fine del 2023 e l’anno scolastico 2024/25, le scuole statali hanno registrato un calo di 120.813 iscritti, pari all’1,68% del totale. Il trend non è nuovo: le scuole primarie hanno perso quasi 340.000 alunni tra il 2012 e il 2023, scendendo da 2,83 milioni a 2,49 milioni. A livello territoriale, la Sardegna è una delle più colpite, insieme al Sud Italia, con province che hanno registrato tassi di abbandono scolastico oltre il 17% nel 2023. Tuttavia, c’è un segnale incoraggiante: il fenomeno dell’abbandono implicito — ragazzi che restano a scuola ma non acquisiscono le competenze minime — è sceso al 6,6% a livello nazionale, il valore più basso dall’inizio della rilevazione, seppure resti sopra il 10% in regioni come Campania e Sardegna, il che conferma un paese diviso, anche nell’istruzione e nell’apprendimento.