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Come si può pensare di rivitalizzare l’agonizzante scuola italiana, se si ha lo sguardo fisso sulla borsa?

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Gentile Sottosegretario Reggi,

le scrivo in merito alle intenzioni di rivedere del sistema scolastico italiano, con particolare riferimento alla questione delle 36 ore dei docenti, dell’apertura delle Istituzioni Scolastiche in periodo estivo sino alle 22.00, al taglio delle supplenze brevi, alla centralità da ridare ad alcune discipline penalizzate dalla precedente riforma. Preliminarmente intendo precisare che nella riflessione che svilupperò di seguito non vi è alcun intendo polemico, pregiudizio alcuno, nell’esporre con assoluta e pacata trasparenza il mio povero pensiero.

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La Scuola italiana da tanti, troppi anni, è stata oggetto di tagli feroci, lineari, che in un triennio hanno portato via 87.400 cattedre e 44.500 posti di lavoro del personale ATA. Nel passato recente si è assistito ad un continuo depauperamento dell’istruzione in Italia, non solo per quanto riguarda la razionalizzazione di quanti operano nel settore scolastico pubblico, non solo per quanto concerne i finanziamenti alle scuole, ma soprattutto per la progressiva decostruzione della figura docente. Sarebbe giusto prevedere un canale che smaltisca i precari inseriti in GE.

Comprendo perfettamente le ragioni della finanza pubblica, il rispetto del bilancio statale, i vincoli del patto di stabilità dei Paesi appartenenti all’Unione europea, ma ciò che sfugge alla mia mente è il perchè ci si è accaniti nella distruzione di quanto di più prezioso la nostra amata Nazione possiede.

Come lei ben sa, la storia ci insegna che l’Italia è stata definita da secoli ormai, come il giardino d’Europa, la Culla della Cultura, nel senso più elevato del termine. Abbiamo esportato in tutto il mondo l’Arte in tutta la sua multiforme bellezza, la Filosofia con la sua forza di rendere autonomo e libero il pensiero . Filosofi, artisti, letterati, scienziati, hanno contribuito in maniera incisiva al miglioramento delle condizioni di vita dei popoli.

Di cultura bisogna vivere. Essa eleva lo spirito, rende gli uomini migliori, spinge verso traguardi sempre più alti. Come lei saprà, in molti Stati europei ed extra europei, mentre i governi italiani tagliavano con la scure della linearità su scuola e sanità, essi investivano, in piena crisi, in formazione, istruzione e ricerca. Invece di abolire il quinto anno delle Superiori, aumentare le ore d’insegnamento e gli anni di Studio della Secondaria di secondo grado, fareste il bene degli studenti. Tagliate altrove, ma puntate decisamente sulla qualità e quantità dell’istruzione.

La crescita assume la forma di una parola vuota se non è accompagnata da massicci investimenti nell’ambito dell’istruzione e della formazione umana, poichè è in questo settore che si preparano i futuri cittadini e manager del domani. Tutto ciò avvenga non in modo elitario, dove pochi ricchi si perpetuano per mezzo della ricchezza accumulata negli anni, posti di comando, ma con un percorso aperto a chiunque voglia emergere, grazia alle proprie competenze ed abilità. E’ la vita non l’INVALSI che decide chi è preparato e merita di salire la scala sociale.

Pertanto, ben venga un riordino dell’assetto scolastico italiano, ma a patto che la bozza di Riforma, preveda miliardi di euro da investire e consapevolezza della complessità della realtà scolastica del nostro paese. Bisogna contestualizzare rispetto alla diversità dei territori. Una cosa è tenere una scuola aperta nel centro di Roma e un altra cosa sono le periferie dimenticate del nostro paese. Un insegnante deve poter operare in strutture idonee, con spazi e strumenti didattico-educativi appropriati, non in edifici fatiscenti e al limite della legalità. Ben vengano le ore aggiuntive, ma tenendo per l’Amministrazione una mano sul portafoglio e l’altra sul cuore. Il capitale umano va valorizzato, tenuto in grande considerazione, riconosciuto, gratificato, ancor prima che sul piano finanziario con il doveroso aumento salariale, anche sul piano sociale, che dia soddisfazione interiore a chi in modo eroico affronta quotidianamente l’emergenza educativa.

Il riordino delle classi di concorso ancora non vede la luce. Chissà se sarà ancora vivo quando sarà emanato il Regolamento. Si devono potenziare alcune materie d’insegnamento come la Filosofia e la Storia dell’Arte, ma ancora non c’è un decreto che le rimetta al centro dell’agenda politica.

Tanti annunci e nessun atto concreto che vada in questa direzione. Le riforme calate dall’alto, senza la naturale partecipazione dei soggetti interessati e coinvolti, risultano sempre fallimentari, poichè queste non aderiscono mai bene al contesto in cui devono trovare piena realizzazione. Una seria Riforma della Scuola deve coinvolgere chi vive quotidianamente all’interno di essa, in quanto osserva le difficoltà, le ansie, le attese e le speranze di un mondo giovanile sempre più marginalizzato e svilito nella sua capacità di creare futuro, da una politica che non si fa carico da tanto, troppo tempo, di preparare le condizioni affinché i nostri adolescenti costruiscano la casa del loro domani.

I numeri della Ragioneria non possono venire prima delle persone, l’ascia della razionalizzazione non può essere preferita ai sogni. Ridare speranza e futuro all’istruzione italiana significa rivalorizzare alcune discipline tanto bistrattate negli ultimi anni: Filosofia, Storia, Disegno e Storia dell’arte, su cui poggia la nostra bellezza culturale sparsa nel mondo. Inoltre, è necessario recuperare le strutture scolastiche, molte delle quali fatiscenti, costruirne di nuove, rivalorizzare il personale docente che tutti i giorni, eroicamente, vive, e forse sopravvive, dentro una società che dimentica e, per certi versi, disprezza il loro lavoro. Ridare entusiasmo e gioia a tutti coloro che vivono all’interno di una realtà fondamentale per il futuro del nostro paese, come di qualsiasi altro.

In Italia vi sono tante eccellenze, molti talenti, geni nascosti, che hanno bisogno di valorizzazione e promozione umana e professionale. Come si può pensare di rivitalizzare l’agonizzante scuola italiana, se si ha lo sguardo fisso sulla borsa? Come si crede di riportare in alto il livello culturale delle giovani generazioni, se il ragionamento finisce con i paletti del MEF? Come si può sperare in un domani migliore per chi oggi apre gli occhi nel nostro giardino d’Europa, mentre il suo domani dipende dalle direttive germano-centriche?

Investire sulla scuola significa allargare la base dei potenziali manager ai figli del popolo, i quali non hanno soldi, ma tanta intelligenza, molta buona volontà di mettersi in gioco nello studio, e al tempo stesso, percepiscono la politica chiusa nella difesa dei propri privilegi e prebende, chiusa nel proprio egoismo, sentono che non pensa a loro.

La scuola italiana deve tornare ad essere la casa di tutti gli italiani, la dimora di cittadini. Essa deve fornire i futuri italiani degli strumenti necessari per il pieno ed armonico sviluppo della loro personalità. Uomini e donne capaci di pensare con la propria testa, persone con la schiena diritta, ricolme di autostima. Esseri umani capaci di credere nelle loro infinite possibilità, nel loro coraggio, nella loro forza di compiere e rendere concreti i loro sogni.

Fate una rivoluzione nel mondo della scuola, ma non di facciata liberale e interclassista, e invece, nascostamente, servilista. Abbiamo bisogno come l’aria di studenti che entrino a scuola con il sorriso, che non si perdano dentro se stessi, che conquistino spazi di libertà e porzioni di sogno.

I granelli di sabbia della clessidra della vita passano per tutti. Per me, per voi politici, per tutti noi cittadini. Verrà il giorno in cui ci sarà un Maestro, di nome Dio, a cui dovremo rendere conto. Spero che la luce inaccessibile dinanzi alla quale ogni uomo sarà, non produrrà un senso di colpa, rispetto al bene che si poteva seminare e non si seminato. Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace, alla domanda postagli da Raoul Follereau: “Dimmi! Quando ti incontrerai con Cristo, che cosa gli dirai?”. Schweitzer sapientemente rispose: ” Abbasserò la testa per la vergogna. Abbiamo fatto tanto poco