L’iconografia ce l’ha tramandato con capelli e barba lunghi, biondo e dagli occhi azzurri, secondo una antica proposizione bizantina per cui il figlio di Dio, incarnandosi, avrebbe mantenuto la bellezza che è propria del divino. In sintonia fra l’altro col “Cantico dei cantici” e dunque con la perfetta grazia dello sposo, allegoria di Cristo.
Per altri Gesù, diventando uomo, e vivendo fra gli uomini, ne avrebbe assunto i caratteri somatici e dunque sarebbe stato il prototipo del palestinese, oscuro di carnagione, occhi e capelli oscuri e senza barba, come raccomanda san Paolo ai neofiti e come volevano le convenzioni del tempo, considerato pure che il suo corpo si sarebbe fatto carico di tutte le brutture del mondo. A rispondere a queste domande, per quanto è possibile, riscostruendo e riportando ciò che la letteratura cristiana nel corso dei secoli ha prodotto, il libro di Michele Bacci, “I volti di Cristo. Immagini della santità tra Oriente e Occidente”, Carocci.
Che è libro felice, non solo per le numerose e dettagliate testimonianze prodotte nella ricostruzione dell’immaginario divino, ma anche per le tantissime illustrazioni che ne spiegano le storie, i luoghi, gli autori, le discordie di attribuzione, mentre la venerazione delle immagini crede nel loro medesimo carisma, in grado di compiere miracoli e guarigioni.
D’altra parte i Vangeli, che potrebbero costituire l’unica testimonianza certa, non si intrattengono sulle caratteristiche fisiche, motivo per cui bisogna andare oltre, nei primi secoli del cristianesimo, quando si tende a tratteggiare Gesù per esaltarne il valore simbolico e comunque mistico, in base al principio secondo il quale l’aspetto fisico supporta le qualità morali.
E allora, a Bisanzio, culla di lunghe dispute teologiche, nell’VIII secolo, dopo le guerre iconoclaste, si affermò l’idea che, essendo Gesù consacrato a Dio, aveva l’obbligo, per la tradizione biblica, di non rasarsi né il capo né il mento, concetto suffragato dalla contemporanea diffusione di figure miracolose del Messia, come il velo della Veronica o la sacra Sindone, definite appunto “immagini acheropite”, ossia “non fatte da mano d’uomo”.
