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La Penna fantasma: silloge poetica di Farruggio alla ricerca della Parola

Pasquale Almirante

È come “l’Olandese volante”, condannato a navigare, col suo vascello, fra i marosi pur desiderando la quiete della terra: così “La penna fantasma”, nella nuova silloge di Luca Farruggio, Libeccio Edizioni, costretta a girovagare fra pagine bianche per imprimervi il verbo. 

Quello che fu all’origine dell’essere, in sintonia con Lutero. Che poi è il titolo di una poesia che dà nome alla pubblicazione intera: “Fuggi parola/ che non ti voglio più dire… ma mentre invoco fantasmi, / penna, Ti fai ancora Parola”, dove le maiuscole aiutano a capire la forza muscolare dell’idea che vuole essere impressa per non smarrirsi, per tracciare l’ordito infuocato del pensiero indelebile sulla pietra. 

Perché alla fine, il concetto che il poeta in tutta questa singolare e appassionante raccolta vuole gridare al mondo, è proprio quello che ci riporta al Tonio Kroeger di Thomas Mann, quella sorta di maledizione che assale l’artista, diversamente da Hans Hansen e dalla bionda Inge. 

Il tormento del diverso perfino nel tatto e di rimane solo con se stesso, il “solo a solo”, come “fumo nell’aria”, mentre l’amore, quell’altro amore che non fa calcoli, si volatilizza tra brume iconoclaste, insieme ai giorni in attesa di conoscerlo. 

Ma pure su questo versante, Farruggio fa i conti, sia con la grande filosofia irrazionalistica del Novecento, sia con i suoi denigratori, l’aggressivo razionale impaurito dalla luce, mentre spuntano gli odori “oltrumani” di Nietzsche. Che non uccide Dio, ma lo salva perché è comunque l’unica risposta che l’uomo ha per non entrare impreparato, come il cammello, nel deserto delle metamorfosi per diventare leone. 

Poesia profonda e di spessore anche teologico, in cui la parola diventa strumento sia di conoscenza ma anche di dissidio, fantasma, ectoplasma in attesa di un medium esperto che lo sappia evocare nella oscurità della riflessione, così come il verbo nel suo vagare fra i mari dei significanti. 

In versi liberi, le immagini create si rincorrono con inaspettata voluttà, mentre risuonano le più ardite figure grammaticali, fra metonimie e sineddochi, a significare che il reale esiste nell’immaginario e che forse nessuna penna, per sua insana povertà inventiva, riesce a trascrivere.   

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