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Compiti estivi? Un problema sempre aperto

Il tema non è nuovo, anzi antico (più che sessantennale), e riguarda l’utilità (o l’inefficacia) dei compiti durante le vacanze estive. Non pochi ne assicurano la validità e l’“obbligatorietà” (non per legge ma per etica professionale); molti li ritengono, al contrario, poco utili, forse anche dannosi, insomma da evitare assolutamente.

Chi sostiene con grande fervore questa tesi è riuscito a trovare “prove” a suo vantaggio, andando a ritroso nel tempo per riuscire a “scovare” (tra i “mille” documenti scolastici del passato) una serie di circolari ministeriali (Ministero dell’Istruzione e del Merito) che invitano i docenti alla cautela e alla misura nell’assegnazione dei compiti estivi, senza sovraccarichi di lavoro. L’ultimo “invito” in questo senso risale all’aprile 2025. Con una nota ministeriale si richiamano le scuole a «programmare i compiti e a evitare assegnazioni improvvisate tramite registro elettronico, soprattutto nei fine settimana e durante le sospensioni delle attività didattiche (principio della disconnessione educativa)».

In realtà, i plurimi interventi del Ministero in questo ambito non parlano di cancellazione dei compiti a casa, ma, più saggiamente, sollecitano l’attivazione del buon senso. Compiti sì, ma mirati e di qualità, per lasciare al ragazzo il tempo libero e spensierato di cui ha diritto e bisogno.

Nonostante tutto, i “nemici” dei compiti a casa (e dei compiti estivi) si appellano anche a queste circolari ministeriali (che coprono un arco temporale importante), interpretandole a loro favore per sostenere la loro ferma convinzione: abolire integralmente i compiti. Certo, per arrivare a tanto non possono riferirsi a documenti ministeriali che, invero, non collimano completamente con la loro convinzione. Ecco allora la necessità di portare altri argomenti a suffragio della loro idea.

I più quotati sono: i compiti aumentano le disuguaglianze (se non si offre un vero aiuto estivo ai più “fragili” è naturale); l’apprendimento richiede periodi di riposo (e di immobilismo mentale?); il riposo non è tempo perso (eccetto quando è oblomovistica pigrizia); l’intelligenza artificiale rende vano assegnare compiti (sicuramente, se non si insegna ad usarla con “intelligenza”); il diritto al riposo è un diritto educativo riconosciuto dall’O.N.U. (bisogna distinguere i “riposi” in producenti e controproducenti); la scuola che educa non può occupare tutto il tempo disponibile, non può invadere tutta la vita dei ragazzi (vero, ma bisogna stare attenti a occupare bene, magari ascoltando saggi suggerimenti, il tempo non scolastico); i compiti estivi sono “demenziali” (quante generazioni di docenti hanno agito in modo demenziale in passato!).

Insomma, assegnare compiti sembra rappresentare un fallimento pedagogico perché anche il riposo (solo il riposo!) è istruttivo ed educativo.

Ora non intendiamo minimamente, non siamo all’altezza, controbattere le “valide” motivazioni contro i compiti estivi (le frasi tra parentesi sopra riportate sono nostre). Come potremo opporci ad argomentazioni così serrate e logicamente intoccabili di illustri studiosi? Ci limitiamo a due notazioni.

La scuola di oggi carica, sovraccarica e schiaccia gli allievi di “mille” attività (spesso svolte con superficialità), a cui si aggiungono altri “mille” impegni personali che, per vari e non di rado “misteriosi” motivi, occorre fare. È giusto quindi che i ragazzi possano godere di un debito periodo di riposo, lontano da libri e strumentazioni scolastiche.

Forse, ai miei tempi, l’anno scolastico non sottoponeva gli allievi a “infiniti” progetti, attività, opere e imprese. Era possibile e giusto, allora, tenere in allenamento la mente durante l’estate anche attraverso i compiti che, in generale, non erano mai troppi o eccessivi. Bastava organizzarsi con giudizio per svolgerli bene in breve tempo e rimaneva ampio spazio da dedicare al riposo, al piacere del “dolce far niente”, al divertimento o ad altri momenti di crescita sociale, relazionale e culturale (in senso lato).

Anche oggi, però (a mio modesto parere), la situazione sui compiti estivi non è cambiata di molto; anzi, probabilmente è addirittura migliorata, nel senso di un “ridimensionamento” del lavoro assegnato per l’estate.

Se consideriamo che molti giovani hanno tre mesi di “riposo”, possiamo anche concedere ai docenti di proporre ai loro allievi qualche breve esercizio o la lettura di qualche libro. Nulla di impegnativo (non si vuole certo stressare le giovani menti), ma qualche “facile” testo (riguardante materie umanistiche e scientifiche) non può che fare bene ai giovani e aiutarli a crescere.

Qualche semplice lettura, unita a consigli relativi a un possibile “itinerario” estivo (volendo anche virtuale) che coniughi divertimento, riposo totale ed esperienze gastronomiche e culturali, che stimoli a osservare la realtà nelle sue diversità, contemplare i “miracoli” della natura tra sicuri percorsi ecologici, effettuare viaggi storici tra musei e biblioteche illustri e, infine, che permetta un sonno ristoratore, distesi su sabbia fine dopo una tonificante nuotata, accarezzati da delicati raggi di sole e cullati dal lieve rumore di leggere e fresche onde. Perché no?

Meglio questo che alienarsi su tablet e cellulari e fondere la mente.

No, con rispetto per tutti, non mi sembra che i compiti estivi debbano rappresentare un problema né, tanto meno, che debbano essere cancellati. Certamente vanno dati con cautela e discrezione, puntando sulla qualità e non sulla quantità.

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