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Concorso PNRR3, manca la cultura del lavoro

Nonostante le ingenti risorse messe a disposizione dall’Unione Europea per il rilancio del sistema scolastico, il Concorso PNRR3 rischia di rappresentare un’occasione mancata. Regole discutibili, prove fortemente nozionistiche e un impianto selettivo che continua a interrogarsi poco sulla qualità reale del lavoro docente e sui bisogni concreti della scuola.

Le cronache recenti restituiscono un quadro contraddittorio: da un lato giovani insegnanti elevati a “fenomeni”, dall’altro casi di irregolarità e forzature. Al di là delle semplificazioni mediatiche, resta una domanda di fondo: a cosa serve oggi un concorso pubblico nella scuola?

È indubbio che nella Pubblica Amministrazione si acceda tramite concorso. Ma quale senso ha una selezione che richiede lo studio approfondito di psicologia dell’apprendimento e dello sviluppo, pedagogia e psicopedagogia, metodologie didattiche, inclusione scolastica, normativa, lingue straniere e competenze digitali, se poi il sistema non verifica né accompagna la qualità del lavoro svolto?

Un episodio, tra i tanti, aiuta a comprendere la distanza tra teoria e realtà. Nei giorni successivi alla prova scritta, in una classe del biennio della scuola secondaria di secondo grado, un alunno è scoppiato in lacrime dopo aver appreso che la sua insegnante di inglese sarebbe stata sostituita dall’avente diritto vincitore di un precedente concorso. Un legame educativo solido, costruito con competenza e umanità, si è interrotto per mere dinamiche amministrative.

Eppure, nei principali riferimenti pedagogici – da Bruner a Vygotskij, fino a Piaget – il valore della relazione educativa, dello scaffolding e del supporto emotivo è centrale. Lo stesso vale per l’apprendimento esperienziale teorizzato da David Kolb, che pone l’esperienza reale e la riflessione sul campo come fondamento della formazione professionale.

Nella scuola italiana, invece, accade spesso l’opposto: prima un accumulo di nozioni astratte, poi l’ingresso in classe senza un reale accompagnamento professionale. Un modello che fatica a garantire qualità, continuità e crescita e che finisce per svalutare proprio il lavoro docente.

Non si può ignorare come l’impianto attuale dei concorsi continui a riflettere, anche nel 2026, una logica selettiva di matrice gentiliana: centralità del nozionismo, gerarchia dei saperi, scarsa attenzione alle competenze pratiche e alla funzione sociale dell’istruzione. La riforma di Giovanni Gentile, pensata per una scuola élitaria e classista, sembra sopravvivere nei meccanismi di selezione odierni, contribuendo a riprodurre disuguaglianze invece di ridurle. Un modello che appare sempre più distante dalla complessità della scuola contemporanea e dai principi di equità e inclusione richiesti oggi.

Ripensare i concorsi significa quindi ripensare la cultura del lavoro nella scuola, superando il nozionismo e investendo seriamente su formazione continua, valutazione del lavoro svolto e stabilità professionale. Senza questo cambio di paradigma, anche le migliori riforme rischiano di restare sulla carta.

Lettera firmata

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