Se un comico di nicchia come Pucci ha capito che è meglio uscire di scena, vuol dire che qualcosa inizia a scricchiolare nell’establishment filogovernativo. Il comico divisivo ha alzato i tacchi e si è allontanato dal palcoscenico sanremese, ma soprattutto dalle ruspe incalzanti e impietose della narrazione della cosiddetta “sinistra”, come evidenziato sul web dalla Presidente del Consiglio che ha parlato di “deriva illiberale della Sinistra in Italia” diventata ormai “spaventosa”.
Il paradosso di questa commedia tragicomica è stata la marcia difensiva a “furor di destra”. Dopo la Presidente Meloni, anche La Russa ha invitato pubblicamente la RAI a chiamare il comico per farlo “ritornare sui suoi passi”, magari con il sottofondo di una sceneggiata napoletana del compianto Mario Merola.
La schizofrenia degli echi mass-mediatici viaggia spesso sul filo di rumors e analfabetismo funzionale. La difesa di un comico da parte di leader governativi palesa i vincoli nascosti di una narrazione politico-culturale che si muove attraverso un linguaggio massivamente stereotipato, seguendo una linea di comunicazione di impronta trumpiana.
Gli effetti di questa deriva culturale, disconnessa dal pensiero critico e distante dai paradigmi etici e sociali della politica, investono l’opinione pubblica, annebbiando la realtà e spingendo verso una progressiva destrutturazione della libertà di pensiero, con l’autoconvinzione che il pensiero urlato dagli scranni più alti del Parlamento coincida con la verità.
I trascinatori del pensiero e delle masse hanno sempre lasciato il segno nella storia dell’umanità. Ogni trascinatore è figlio del suo tempo e si muove in base al contesto socio-politico e culturale. Può assumere le sembianze del liberatore, dell’eroe, del lottatore, muovendosi strategicamente sul filo della propaganda governativa mescolata a una comunicazione anassertiva, mediamente urlata e spesso abusata, abilmente coniugata con la paura e il malessere del Paese.
Il trascinatore è anche affabulatore e accentratore: racconta le “favole” più seducenti con parole impressionanti e controllanti, le mescola a un linguaggio fermo e autorevole e le drammatizza sul palcoscenico della politica fino a trasformarle in realtà nella mente di chi ascolta.
Così nascono i mostri e le tragedie della storia, quando il silenzio e la stanchezza collettiva prendono il sopravvento. Lottare diventa inutile, perché c’è chi, gridando e raccontando favole, afferma di lottare per tutti. In modo quasi impercettibile sopraggiunge una forma di annichilimento generale che conduce a una pericolosa inerzia del pensiero.
Mentre qualcuno racconta le solite favole, pochi si accorgono che “il re è nudo”: che il malessere sociale aumenta, che la giustizia entra in un vicolo cieco, che la violenza altera i paradigmi dell’etica e della convivenza civile, che le asimmetrie economiche e sociali diventano sempre più evidenti rispetto alle narrazioni della propaganda. Che l’adesione al Board of Peace rappresenterebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione.
Bisognerebbe spegnere quella radio a stazione unica che ci obbliga a non pensare e ci consegna nelle mani dell’affabulatore di turno, e riconnettersi alla realtà: osservare le periferie, sostare nei supermercati dai carrelli sempre più vuoti, negli ospedali strapieni, nei condomini affollati e tristi dove qualche anziano giace dimenticato, nelle piazze e nei giardini inesistenti del Sud.
Bisognerebbe entrare nelle scuole dove le aule cadono a pezzi e dove gli insegnanti, prima di iniziare la lezione, si interrogano su ciò che possono o non possono dire, previa autorizzazione familiare, a un alunno o a un’alunna che il giorno prima ha posto una domanda sull’educazione all’affettività.
Occorre spegnere la radio della propaganda per riconnettersi al proprio pensiero e convincersi che la libertà è il punto di partenza per vivere in una società democratica, pluralista e fondata sulla legalità. Discutere di un comico in un mondo devastato da genocidi e guerre è un segnale di decadenza politica disgiunta dall’etica e sovrapponibile alla propaganda.
Fare politica non è questione di destra, di sinistra o di centro. Fare politica significa mettersi al servizio della Costituzione e della collettività, nel rispetto dei valori e dell’etica.