Lettera aperta al dottor Nicola Gratteri
Ho seguito con attenzione – seppur in modalità asincrona – il confronto online che ha avuto di recente con gli studenti, organizzato da La Tecnica della Scuola. Le confesso che alcune delle sue considerazioni mi trovano pienamente d’accordo, in particolare quando richiama il rischio che le scuole si trasformino in “progettifici”.
Anch’io, nel mio piccolo, sostengo da anni la necessità di limitare all’indispensabile le attività progettuali che, se eccessive, rischiano di relegare in secondo piano quelle curricolari. Volendo usare una metafora: il pericolo concreto è che i contorni (i progetti) diventino la portata principale, mentre la matematica, la storia, la geografia, l’italiano e le altre discipline fatichino a ritagliarsi uno spazio adeguato.
Su questo versante i dirigenti scolastici potrebbero fare molto; tuttavia, sono sempre più assorbiti da incombenze amministrative, adempimenti burocratici e responsabilità legate alla sicurezza, che finiscono per sottrarre tempo ed energie alla riflessione pedagogica.
Non mi trova d’accordo, tuttavia, la parte del suo ragionamento relativa alla partecipazione dei genitori alla vita della scuola. È indubbio che una minoranza di genitori abbia talvolta assunto comportamenti inqualificabili; ma non possiamo assumere tali episodi come paradigma generale. Potrei farle un lunghissimo elenco di casi in cui sono riuscito a venire a capo di situazioni di estrema delicatezza proprio grazie alla collaborazione fattiva dei genitori.
In realtà, già oggi la partecipazione delle famiglie è circoscritta.
Dalla stagione dei cosiddetti “decreti delegati” degli anni Settanta – poi confluiti nel Testo Unico del 1994 – la presenza dei genitori negli organi collegiali è regolamentata in modo chiaro e limitato. Nei consigli di classe, ad esempio, essi non partecipano agli scrutini periodici e finali, né ai momenti di coordinamento didattico o di definizione dei rapporti interdisciplinari. La loro possibilità di intervento si colloca, sul piano consultivo o propositivo, in alcuni particolari momenti della vita della scuola, ad esempio in occasione dell’elaborazione del Piano Triennale dell’Offerta Formativa.
La mia esperienza, più che trentennale, come docente mi porta anzi a ritenere che il problema sia esattamente l’opposto: molti genitori partecipano troppo poco alla vita dei figli a scuola. In particolare, al termine dell’istruzione di base, l’educazione viene progressivamente delegata alla sola istituzione scolastica. Quando poi una piccola minoranza “si risveglia”, magari a fronte di un’insufficienza o di una difficoltà inattesa, reagisce in modo scomposto, talvolta persino violento. Tali episodi, per quanto gravi e da contrastare con fermezza, non possono però diventare la misura dell’intero universo delle famiglie.
Sono convinto, al contrario, che una partecipazione più costante, matura e consapevole dei genitori – nel rispetto dei ruoli e delle competenze – possa rafforzare l’alleanza educativa tra scuola e famiglia. Un’alleanza che non deve significare invasione di campo, ma corresponsabilità. La scuola non può educare da sola, così come la famiglia non può sostituirsi alla professionalità del docente.
Forse la sfida non è “mettere un argine” alla presenza dei genitori, bensì promuovere una cultura della collaborazione fondata sul rispetto reciproco, sulla fiducia e sulla chiarezza dei ruoli: è proprio quando i confini sono chiari che la cooperazione diventa possibile e feconda.