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La scuola non è babysitteraggio

Elly Schlein nella due giorni passata a Napoli ha detto, tra l’altro: “Noi ci opporremo all’autonomia differenziata che vuole spaccare il paese. Invece quanto servirebbe allungare il tempo pieno. E quanto servirebbe raccogliere una sfida: siamo gli unici ad avere una pausa di 14 settimane di fila, con effetti sui percorsi di apprendimento e con grande difficoltà per le famiglie che non sono ricche e non possono permettersi centri estivi o nonni vicini cui lasciare i figli per lavorare”.

Siamo anche il paese europeo dove gli insegnanti hanno la paga più bassa. Forse le  “vacanze lunghe” servono allo Stato proprio a giustificare lo stipendio basso.

Ma i politici e la gente comune -lo dico da ex insegnante e da preside in pensione- non considerano che il lavoro di insegnante, oggi, è molto stressante, tanto è vero che si calcola che in Italia sono a rischio burnout una percentuale di insegnanti tra il 48% e il 67% 8 (anche i dirigenti scolastici).

Non siamo più nell’epoca della legge del padre, dove i docenti erano riveriti e rispettati sia dagli alunni che dai genitori. Nella nostra era dove il padre, inteso come autorità, è assente, come c’insegna lo psicanalista Massimo Recalcati, e dove regnano i social, si fa fatica ad attirare l’attenzione degli alunni e , sovente -come ci dicono le cronache- i docenti sono maltrattati dai genitori. Lo stesso papa Francesco raccontava che quand’era piccolo, sgridato dalla maestra, riceveva uno scappellotto dalla madre, non come oggi che i genitori danno sempre ragione ai figli e sono diventati i loro avvocati difensori.

Stante così le cose, le vacanze lunghe degli insegnanti che tanti invidiano (ma li farei salire in cattedra per un’ora!) sono un diritto per recuperare le energie, non un privilegio. E gli insegnanti, a prescindere, dovrebbero essere pagati di più riconoscendo l’importanza e le difficoltà del loro ruolo educativo. Dico questo perché anche la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, ha proposto di modificare il calendario scolastico, accorciando le vacanze estive e ridistribuendo i giorni di pausa durante l’anno, sul modello europeo. L’obiettivo, nel suo caso, è destagionalizzare il turismo, riducendo il sovraffollamento estivo e incentivando i flussi turistici in altri periodi, oltre ad affrontare le esigenze delle famiglie. 

Allora diciamolo chiaramente. Le scuole possono e debbono essere aperte anche nel periodo estivo, ma gli insegnanti non sono baby-sitter! Questo compito deve essere delegato alle associazioni sportive e non che lavorano sul territorio.

Gli edifici scolastici pubblici appartengono ai comuni o alle ex province e lo Stato si deve far onere di questi intrattenimenti, utilizzando anche centri sportivi, piscine e altri luoghi. Certamente il calendario scolastico si deve adattare alle esigenze territoriali, come è previsto dall’autonomia scolastica e dalle regioni che si occupano di stilarlo, per es. nelle località montane dove c’è la neve si estenderanno le vacanze invernali, al sud prorogare le lezioni a luglio o ad agosto è improponibile, con il caldo che fa e date le condizioni delle aule che non solo non hanno i condizionatori ma a volte neanche le porte, perché distrutte dagli alunni( giusto per sfatare l’immaginazione edulcorata della scuola, anche televisiva, dei non addetti ai lavori).

Accorciare le vacanze, poi, degli insegnanti, anche in cambio di più soldi, non farebbe bene alla loro salute.                                                                                                   

Non si considera, infine, che in Italia, oltre l’80-85% del personale docente nelle scuole statali è costituito da donne, rendendo il sistema scolastico uno dei più femminizzati in Europa. Questa presenza raggiunge picchi del 99% nella scuola dell’infanzia e del 96% nella primaria, scendendo poi a circa il 65-66% nelle scuole secondarie di secondo grado. E queste donne insegnanti hanno spesso figli che portano in vacanza al mare o in montagna, e dunque si disincentiverebbe una buona fetta di turismo, con buona pace di Santanché.   

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