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Covid, nuovo lockdown con fabbriche aperte e scuole chiuse: sette giorni per decidere

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La curva dei contagi ha fornito un leggero miglioramento. L’ottimismo dell’Istituto superiore della sanità è stato però subito freddato al numero dei decessi: nell’ultimo giorno sono schizzati a ben 580. Le terapie intensive, soprattutto in alcune regioni, cominciano a preoccupare seriamente: la loro possibile saturazione è alla base della decisione del passaggio nelle zone a maggiore rischio di altre regioni. Un motivo che sta facendo crescere le quotazioni di un possibile nuovo lockdown nazionale: tutto dipenderà, confermano fonti del governo, dall’andamento dei contagi e delle richieste di ricoveri negli ospedali che si andranno a determinare da qui alla prossima settimana. La speranza è che l’obbligo della mascherina anche all’aperto, la chiusura dei locali alle 18, il “coprifuoco” generale dalle 22 alle 5 del mattino e il sistema a “zone” imposto con l’ultimo Dpcm possano avere effetti positivi e far decrescere i casi di positività al Covid.

Gli effetti collaterali del fermo generale

L’esecutivo, nel frattempo, valuterà la consistenza dell’ulteriore scostamento di bilancio che l’eventuale fermo totale delle attività potrebbe comportare: un compromesso, per evitare il patatrac finanziario, potrebbe essere quello di non chiudere le fabbriche. Ma per le scuole (anche primarie e medie) non ci sarebbe scampo. Con tanto di indennità per le famiglie con figli under 12 già messi in lista d’attesa dall’esecutivo.

Perché se è vero che la ministra Lucia Azzolina continua a volerle con le lezioni in presenza, con tanto di beneplacito del premier Giuseppe Conte, nella maggioranza che guida il paese c’è chi sostiene che l’apertura delle scuole non debba più essere considerato un totem: il concetto è stato espresso a gran voce da alcuni ministri del Pd venerdì notte, durante il Cdm allestito per approvare il Decreto Ristori bis.

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Italia Viva con la ministra

Con la titolare del dicastero di Viale Trastevere difesa comunque dalle ministre di Italia Viva Teresa Bellanova e Elena Bonetti”: due renziane doc, per le quali “la scuola deve restare aperta”. Alla pari di Lucia Azzolina sostengono infatti che si tratta di luoghi sicuri.

Peccato che per arrivarci molti studenti siano costretti a salire su pullman, bus e metropolitane ancora decisamente affollati: un motivo che ha portato a dire basta, almeno fino al 3 dicembre, alla didattica in presenza alle superiori.

A breve la verità

Tra qualche giorno, in ogni caso, sapremo dove si sta andando. In particolare, se per continuare a recarsi a scuola e fare lezione dal “vivo” agli alunni della primaria e delle medie basterà mantenere sempre la mascherina, anche quando il distanziamento è sopra uno e due metri.

Nella maggioranza c’è già più di qualcuno che sostiene di no. E la notizia, che riguarda quasi 5 milioni di alunni e famiglie, potrebbe essere ufficializzata nel nuovo Dpcm il 17-18 novembre.

Tar Lazio: ok a mascherina sempre a scuola

Intanto, il Tar del Lazio ha confermato la parte del Dpcm del 3 novembre scorso che ha l’obbligo di mascherina a scuola continuativo per chi ha meno di 11 anni, ovvero gli unici ora ad avere lezioni in presenza.

Il Tribunale amministrativo del Lazio, nel respingere un’istanza sul tema, ha specificato: “non sussistono le condizioni per disporre l’accoglimento nelle more della celebrazione della camera di consiglio”.

Per la trattazione collegiale del ricorso proposto è stata già fissata l’udienza in camera di consiglio il 2 dicembre prossimo.

Rampelli (FdI): mascherine lavabili merito nostro

Nel frattempo, sempre a proposito di mascherine, Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei deputati di Fratelli d’Italia, dichiara che “con sei mesi di ritardo, la ministra dell’Istruzione Azzolina dà il via libera alle mascherine lavabili. Ottimo. Ha semplicemente dato seguito a una risoluzione presentata da me e dall’allora deputato De Carlo sulla necessità di abbattere l’utilizzo delle mascherine usa e getta e a emendamenti presentati ai vari decreti legge sistematicamente bocciati”.

“Anche in questo caso – ha concluso Rampelli – il governo arriva tardi sulle nostre proposte e nemmeno le cita né ci rende merito”.

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