“Per la ripresa della scuola, non fate scuola. Parlate di Crans-Montana”.
L’invito di Enrico Galiano, scritto sulle pagine de Il Libraio, suona come una provocazione solo in apparenza. In realtà è una delle definizioni più limpide e più alte di ciò che la scuola dovrebbe essere: non solo un luogo di programmi da completare, ma uno spazio in cui la realtà entra, interroga, scuote.
Galiano chiede agli insegnanti di mettere in pausa “la lezione su Cartagine, il programma che corre, l’ansia di ‘restare indietro’”. Perché, scrive, “per un giorno, restare indietro è esattamente il posto giusto”. Restare indietro rispetto al calendario, ma andare avanti nella comprensione del mondo e di sé.
Quello che è accaduto a Crans-Montana non è un fatto da archiviare come cronaca lontana. “Non è una notizia da archiviare, è una domanda aperta che entra in classe insieme ai ragazzi.” Una domanda scomoda, dolorosa, ma necessaria. Perché le vittime “avevano la loro età”, con “la stessa voglia di stare insieme” e “la stessa sensazione di invincibilità che a quell’età sembra una legge di natura”.
Parlarne a scuola significa riconoscere che l’educazione non è solo trasmissione di contenuti, ma allenamento allo sguardo. “La scuola non è solo il luogo dove si imparano contenuti, ma dove si impara a leggere il mondo.” E leggere il mondo, aggiunge Galiano, vuol dire anche fare i conti con la fragilità, con il caso, con l’idea inquietante che “certe cose non succedono ‘solo agli altri’”.
Da qui nasce la responsabilità educativa più profonda: usare questo tempo per riflettere su razionalità e rischio, sui limiti personali e situazionali, sul valore delle regole. Non come gabbie, ma come argini. “Non come imposizioni arbitrarie, ma come strumenti che servono a proteggerci quando l’entusiasmo, il gruppo, l’adrenalina spingono a non fermarsi.”
C’è poi un altro nodo, delicato e attualissimo, che Galiano invita ad affrontare: “il bisogno di riprendere tutto. Di trasformare ogni momento in un contenuto.” Non per demonizzare la tecnologia, ma per interrogarsi insieme su quando “il gesto di filmare smette di essere neutro e diventa un rischio”, su quando “vale la pena abbassare il telefono e alzare la testa”.
Il punto centrale, però, è forse l’ultimo. Questo dialogo non deve nascere dal giudizio, ma dalla vicinanza. “E soprattutto, non fatelo per colpevolizzare i ragazzi. Fatelo esattamente per il motivo opposto.” Perché anche gli adulti, un tempo, hanno corso rischi simili. Perché molti sono qui “per una combinazione di fortuna e incoscienza”. E proprio per questo hanno il dovere di parlare, “non dall’alto, non con la morale pronta, ma con l’onestà di chi sa che certe tragedie potevano toccare anche a noi”.
“Fermate tutto, e parlate di Crans-Montana”, conclude Galiano. In quell’atto di fermarsi c’è forse la lezione più importante: la scuola, quando sa ascoltare la vita, diventa uno dei pochi luoghi capaci di trasformare una tragedia in consapevolezza. “Potrebbe essere l’occasione per fare scuola nel senso più alto. E magari, un giorno, salvare qualche vita.”