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Aggiornato il 11.11.2025
alle 12:21

Crepet: “La scuola dovrebbe far ragionare, invece si limita a far ripetere”. Ma è davvero così?

Ancora bordate alla scuola da parte di Paolo Crepet: il sociologo e psichiatra non è evidentemente contento del sistema scolastico, e anche stavolta, in un’intervista a Il Resto del Carlino, non le ha mandate a dire.

Pensare è ormai un reato?

In questo momento Crepet sta girando i teatri italiani con lo spettacolo “Il reato di pensare”, nome del suo ultimo libro. Secondo l’esperto oggi non si pensa più, stiamo delegando tutto a Internet o all’intelligenza artificiale. Nel caso dei giovani, a suo avviso, la colpa è anche della scuola.

“Mi pare sotto gli occhi di tutti che pensare sia diventato molto difficile, per tante ragioni, anche ideologiche. Oggi ci sono cose che ’non si possono dire’ Non pensiamo più come una volta, ma non perché qualcuno ce lo impedisca: il punto è che questo qualcuno non è più un umano, è una macchina”, queste le sue parole.

“La scuola dovrebbe far ragionare, invece si limita a far ripetere. E la tecnologia, che cambia ogni sei mesi, non insegna a pensare ma a consumare. La Generazione Z non sa cosa siano le gigafactory, non sa da dove nasce ciò che usa. Eppure vive dentro quel sistema. È un mondo che si illude di essere verde, ma non lo è: è nero, perché del futuro dei ragazzi non importa nulla a chi lo governa”, ha concluso, con disillusione.

Velasco: “La scuola italiana è ottima”

Secondo l’allenatore della nazionale di volley femminile italiana Julio Velasco la scuola italiana è ammirabile: “Nei giovani c’è pessimismo a causa di noi adulti. Loro sono fiduciosi ma li abbiamo convinti noi. La scuola italiana è una scuola che difendo, ha tanti problemi ma secondo me è una scuola ottima. Lo vedo nei miei figli, ma anche nei giocatori, come parlano con proprietà di linguaggio”, queste le sue parole al podcast Wilson de Il Post.

C’è però un problema di fondo: “Però la scuola come funziona? Ci sono tante materie e uno deve andare bene in tutte. C’è una idea che filtra: che migliorare significa migliorare tante cose contemporaneamente. E questo è un errore metodologico”, ha concluso.

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