Il pedagogista Daniele Novara, fondatore e direttore del Cpp Centro Psicopedagogico, ha detto la sua sull’idea di installare i metal detector a scuola in seguito all’accoltellamento a morte di un ragazzo in una scuola a La Spezia, avvenuto lo scorso 16 gennaio.
Novara non ha dubbi: “La mia posizione è negativa e di totale contrarietà. La scuola è un’altra cosa. La scuola è una comunità di apprendimento, è un ambiente di crescita, è un luogo di relazione. Non possiamo utilizzare un dispositivo di carattere poliziesco, che si usa addirittura fuori dai tribunali, fuori dalle carceri, in contesti dove si vive il senso di minaccia e di pericolo. È facile da parte del potere centrale chiedere agli insegnanti e ai presidi di mettere in atto una scuola del controllo, ma a chi tocca la patata bollente?”, ha detto a Il Corriere della Sera.
“È una deriva iniziata un po’ con la bocciatura con il ‘cinque in condotta’, che porta a considerare la scuola un luogo di espiazione della pena, di rieducazione in stile carcere minorile. Bisogna fare molta attenzione perché i simboli generano l’immaginario. Si può pensare che non sia nulla di speciale, che il metal detector sia solo un apparecchio. Certo, ma ogni cosa ha la sua simbologia. E quindi se tu sposti il baricentro della scuola in una logica non di apprendimento, cioè di luogo di apprendimento con caratteristiche sociali molto ben delineate, tipo il gruppo classe, la relazione educativa, sui temi del controllo e della sicurezza, specialmente sul piano simbolico, crei un immaginario dove andare a scuola diventa sempre più difficile. Dove i ragazzi perdono la motivazione”, ha argomentato.
“Non si possono toccare i ragazzi come nulla, sono minori. Una ragazza chi la tocca? La polizia ha il personale femminile, ma la scuola no, e allora cosa fa? Fa venire i poliziotti al mattino a fare l’ispezione? Onestamente, ciò che mi interessa è mettere l’accento sulla simbologia che si introduce nella scuola. Così la trasformiamo in un centro di recupero. È questo che vogliamo? La scuola è un ambiente dove si va per imparare. La società ne ha bisogno per avere figure che poi gestiscono la società stessa. Bisognerebbe attivare una riflessione seria su quello che è successo a La Spezia, sul fatto che la scuola abbia rinunciato a lavorare sui progetti, sulle competenze sociali contro la violenza”.
Secondo l’esperto non c’è un problema di violenza a scuola: “Non possiamo parlare di violenza grave e significativa se tirano i pallini di carta a un insegnante, come è successo a Rovigo. Quella non è la violenza, per cui partiamo dal presupposto che oggi è facile dire con il metal detector andiamo bene, ma bene in relazione a cosa? Al fatto che normalmente a scuola non succede nulla”.
“Gli insegnanti devono essere più pronti e preparati anche da questo punto di vista. L’insegnante che conosce solo la sua materia, che insegnante è? Il vero insegnante è un esperto di processi di apprendimento, non semplicemente della sua materia”, ha concluso.