Home Politica scolastica DdL Scuola, tutti in piazza di domenica per fermare la riforma

DdL Scuola, tutti in piazza di domenica per fermare la riforma

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Proseguono le interviste della ‘Tecnica della Scuola’ alla vigilia degli scioperi nazionali contro il ddl Buona Scuola. Dopo aver incontrato Marcello Pacifico (Anief) e Stefano d’Errico (Unicobas), poi Rino Di Meglio (Gilda) e Massimo Di Menna (Uil Scuola), stavolta abbiamo sentito le ragioni di Piero Bernocchi, storico portavoce nazionale dei Cobas, alla vigilia dell’astensione lavorativa richiesta dal sindacato di base in corrispondenza delle prove Invalsi delle superiori.

 

Bernocchi, domani 12 maggio i Cobas tornano a scioperare, in occasione delle prove Invalsi delle superiori: cosa vi aspettate da questa ennesima protesta in pochi giorni?

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L’articolazione degli scioperi del 5, 6 e 12 maggio, decisi come Cobas con largo anticipo, teneva conto della duplice necessità di lottare contro il Ddl della cattiva scuola di Renzi e contro i quiz Invalsi, dato lo strettissimo legame tra la scuola del preside-padrone e la valutazione, tramite insulsi indovinelli, del “merito” di docenti e studenti. La confluenza dei confederali, Snals e Gilda sulla giornata del 5 ha reso possibile uno sciopero oceanico, della stragrande maggioranza dei docenti ed Ata. Ma, dopo il 5, restava e resta viva la necessità di bloccare il più possibile i quiz alla primaria, il 6, e alle superiori, domani. Il 6 questo è avvenuto, grazie anche alla cooperazione da parte dei genitori che in tantissime scuole hanno tenuto i figli a casa per consapevole decisione. Crediamo che lo stesso accadrà domani con una altrettanto incisiva alleanza tra docenti e studenti delle Superiori.

Non crede che chiedere al personale di aderire a due scioperi in pochi giorni possa rivelarsi un boomerang, nel senso che l’adesione non potrà essere alta e alla fine si rischia di dare ragione all’operato del Governo?

Naturalmente non si può paragonare l’ampiezza dello sciopero del 5, che coinvolgeva e riguardava tutti, con quello di domani, che è mirato soprattutto ad impedire l’effettuazione dei quiz alle superiori. Siamo così consapevoli del peso e del costo di due scioperi in una settimana che abbiamo sollecitato (così come il 6 alla primaria) la costituzione di Casse di resistenza con le quali i colleghi non scioperanti rimborsano i docenti ed Ata che, scioperando per la seconda volta, impediscono l’effettuazione dei quiz.

Sul ddl di riforma c’è un malcontento generale. Al punto che anche i sindacati hanno ritrovare un’insolita ‘armonia’. È solo un’impressione?

No, è la pura e documentabile verità. E’stata l’opposizione radicale e largamente maggioritaria contro il Ddl Renzi, la scuola del preside-padrone e la scuola-quiz che ha spinto anche gli altri sindacati che prima ritenevano accettabile, con qualche modifica, il progetto governativo, a scioperare con noi il 5. Se si effettuasse un referendum nelle scuole, la cancellazione totale del Ddl, la contemporanea emanazione di un decreto per l’assunzione stabile dei precari e l’eliminazione dei quiz stravincerebbero. Ma il governo sta cercando di bypassare questa lampante realtà, affermando scioccamente l’ovvietà che “la scuola non è dei sindacati” (Boschi) oppure contrapponendo i docenti e gli Ata, dipinti come “corporativi” e “conservatori”, agli studenti e alle famiglie (Renzi). In realtà la nostra opposizione è fatta per conto della scuola Bene comune, degli studenti e dei cittadini tutti, oltre che dei lavoratori, contro l’immiserimento materiale e culturale provocato dall’insulsa scuola-quiz aziendalistica. Però, per dare una prova tangibile di questa sintonia, bisognerebbe fare come il movimento per l’acqua pubblica e offrire un’occasione per manifestare tutti insieme, in una giornata in cui la stragrande maggioranza dei cittadini non lavora: una manifestazione nazionale, enorme, di domenica, per il ritiro del Ddl e per la scuola Bene comune. So bene che in Italia non esiste una tradizione di manifestazioni domenicali. Ma proprio per questo risalterebbe quanto elevata è la preoccupazione generale per la disgregazione della scuola pubblica contenuta nella sciagurata idea dell’”uomo solo al comando”. Una domenica con tutti in piazza darebbe un segnale fortissimo ad un governo sordo ed arrogante. Domani, nelle nostre iniziative locali (in particolare a Roma al MIUR alle 10), pensiamo di lanciare la proposta a tutte le forze, sindacati, strutture studentesche e dei cittadini, che in queste settimane hanno scioperato e lottato contro il ddl. E, tenendo conto dei tempi parlamentari e delle elezioni regionali, forse la data migliore, se la proposta riceverà consensi, potrebbe essere il 7 giugno.

 

 

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Lei e Marcello Pacifico, dell’Anief, in settimana avete chiesto al PD, nel corso dell’incontro al Nazareno, di rivedere le regole sulla rappresentanza sindacale. Ci spiega qual è la vostra proposta?

Beh, i risultati delle elezioni del Cspi, che pur arrivano lentissimamente (come avete brillantemente scritto voi, “portati a dorso di mulo”), stanno dimostrando l’assoluta arbitrarietà del monopolio della rappresentanza consegnato ai Cinque sindacati “tradizionali”. E’ bastato consentire a docenti ed Ata di votare su liste nazionali per manifestare le proprie preferenze sindacali, per dimostrare che i Cobas, ma anche l’Anief, sono ampiamente rappresentativi, superando abbondantemente il fatidico 5% che per decenni è stato sufficiente per ottenere i pieni diritti sindacali. Come Cobas siamo addirittura nei primi tre posti in molte province e ordini di scuola. Nell’incontro con la direzione PD (che in realtà era un confronto “mascherato” con il governo), insieme all’Anief abbiamo sottolineato questa realtà, chiedendo che d’ora in poi si separi la misurazione della rappresentanza nazionale da quella per le singole Rsu di scuola, in modo che si possa votare per un sindacato a livello nazionale anche laddove non ci sia un candidato Rsu di quel sindacato. E che ci vengano restituiti subito almeno i diritti che all’amministrazione non costano niente: e cioè la partecipazione alle trattative nazionali (per quel poco che è rimasto da trattare) e soprattutto il diritto di assemblea in orario di lavoro, che da diritto dei singoli lavoratori/trici, è stato requisito dai Cinque sindacati monopolisti.   

L’ultima domanda è sullo sciopero in corrispondenza degli scrutini: forse, stavolta aderiranno anche i Confederali, Snals e Gilda perché proprio in quei giorni dovrebbe arrivare il sì definitivo al ddl di riforma. Non c’è il pericolo che il Miur possa ‘precettare’ i docenti per evitare la malparata?

Dopo il 12 – e in parallelo, se verrà condivisa la proposta, alla possibile costruzione di una manifestazione nazionale dei lavoratori e dei cittadini tutti – è evidente che lo sciopero degli scrutini dovrebbe essere il prossimo e cruciale appuntamento di lotta. Però questo richiede la disdetta formale e sostanziale, da parte dei confederali, di Snals e Gilda, della limitazione al diritto di sciopero durante gli scrutini (non più di due giorni consecutivi e in classi non “terminali”), erroneamente accettata a suo tempo. Solo un atto generalizzato e solenne di “disobbedienza” a regole-capestro, da parte innanzitutto dei sindacati con il maggior numero di iscritti, creerebbe le condizioni per qualcosa di davvero memorabile e per una partecipazione analoga a quella del 5 maggio. E in tal caso potremmo vanificare e scavalcare qualsiasi ipotetica “precettazione”.