Il decreto sulla scuola approvato dal Consiglio dei ministri è ora al vaglio della Ragioneria dello Stato, chiamata a verificare la disponibilità delle coperture finanziarie. Il provvedimento dovrebbe arrivare al Quirinale all’inizio della prossima settimana, mentre nelle piazze italiane cresce la mobilitazione degli studenti contrari alle nuove misure.
Tra i punti più discussi del decreto c’è quello relativo alla presenza di alunni stranieri nelle classi. Secondo alcune stime del Laboratorio di politica sociale del Politecnico di Milano, citate dal Corriere della Sera, sarebbero circa 300 gli studenti da considerare in eccesso rispetto al tetto del 30% previsto dal provvedimento: circa 120 alle scuole elementari, 50 alle medie e 120 alle superiori. Complessivamente, le classi che oggi superano la soglia del 30% di studenti stranieri sarebbero circa 34 mila.
Il decreto interviene anche sulla conoscenza della lingua italiana da parte delle famiglie straniere. I genitori che non parlano italiano e i cui figli incontrano difficoltà nel percorso scolastico saranno tenuti a frequentare un corso gratuito di alfabetizzazione. In caso di rifiuto, è prevista una sanzione amministrativa compresa tra 200 e 1.000 euro.
È proprio su questo punto che emergono però alcune delle principali criticità. I corsi di italiano organizzati dai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) sono infatti già caratterizzati da liste d’attesa significative. Secondo i dati riportati da La Stampa, nell’anno scolastico 2025-2026, su 119 dei 130 Cpia già censiti, erano oltre 31 mila gli adulti in attesa di frequentare un corso. Circa il 90% era costituito da cittadini stranieri.
Le situazioni più critiche vengono segnalate in Emilia-Romagna, Liguria e Toscana. «Lo Stato italiano non sta offrendo abbastanza corsi di lingua», ha dichiarato Paola Toniolo, presidente di Scuolemigranti, sottolineando come i Cpia abbiano organici insufficienti e liste d’attesa molto lunghe. Secondo Toniolo, l’apprendimento dell’italiano dovrebbe essere sostenuto attraverso incentivi più che attraverso un obbligo, anche considerando le difficoltà di chi lavora e dispone di poco tempo per frequentare i corsi.
Nel frattempo, il decreto ha provocato la mobilitazione degli studenti. In diverse città italiane sono scesi in piazza gruppi e associazioni studentesche per contestare il provvedimento e rivendicare una scuola pubblica «inclusiva e realmente accessibile a tutte e tutti».
Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete, ha sostenuto che la scuola debba essere «un luogo capace di accogliere chiunque» e garantire agli studenti le stesse opportunità.
L’Opposizione Studentesca d’Alternativa ha invece convocato per lunedì 28 una giornata di mobilitazione nazionale nelle scuole, contestando duramente le scelte del governo e accusandolo di voler far passare il provvedimento senza un adeguato confronto pubblico.
Tra le voci critiche c’è anche quella del sindaco di Prato, Matteo Biffoni, che ha invitato la presidente del Consiglio a visitare la città toscana. Secondo il sindaco, un confronto diretto con la realtà locale permetterebbe di verificare concretamente l’applicabilità delle misure contenute nel decreto, alcune delle quali, a suo giudizio, rischierebbero di produrre effetti controproducenti.
Il tema dell’inclusione è tornato al centro del dibattito anche a Genova, dove l’associazione dei genitori della scuola Daneo ha annunciato una mobilitazione dopo la rimozione di uno striscione antirazzista realizzato da bambini e insegnanti.
Il telone, con la scritta «Qui nessun* è stranier*» riportata in diverse lingue, era stato rimosso il giorno precedente da due agenti in borghese. La vicenda ha suscitato nuove polemiche sul rapporto tra scuola, inclusione e libertà di espressione.
Sul caso è intervenuto anche il deputato Rossano Sasso, che ha definito lo striscione un esempio di «propaganda a scuola» e ha chiesto al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di valutare l’invio di ispettori.
Mentre il decreto prosegue dunque il suo iter istituzionale, il confronto si sposta dalle aule parlamentari alle scuole e ai territori. Da una parte il governo punta a intervenire sull’organizzazione delle classi e sulla conoscenza della lingua italiana; dall’altra associazioni, studenti e amministratori locali sollevano interrogativi sulla concreta applicabilità delle nuove norme e sulle risorse necessarie per attuarle.