Registrati
26.09.2026

Decreto Scuola 30% stranieri, Snals e Cisl: per includere non basta una percentuale, servono organici, mediatori, prof formati, risorse certe. Anp: ok equilibrio non italofoni

“L’integrazione linguistica e culturale non può essere affidata solo a limiti percentuali o a disposizioni regolative: servono organici adeguati, mediatori culturali stabili, formazione mirata per i docenti e risorse certe per sostenere i progetti di inclusione. Senza investimenti strutturali, le scuole rischiano di dover gestire nuove complessità senza il necessario supporto. Bisogna poi fare attenzione alle logiche esclusivamente punitive e sanzionatorie nei confronti di famiglie che tra l’altro già versano in condizioni di particolare disagio”. È questa la posizione espressa da Elvira Serafini, segretario generale dello Snals-Confsal, rispetto al decreto legge sulla scuola approvato dal Governo e presto (probabilmente lunedì prossimo, 28 settembre) all’esame del Quirinale per avere il via libera definitivo e approdare in Gazzetta Ufficiale, prima dell’esame del testo in vista della conversione in legge.

Serafini (Snals): norme inapplicabili con classi numerose e personale carente

Parlando con l’Ansa, la sindacalista ha detto il rischio “è che le norme producano effetti organizzativi difficili da sostenere, soprattutto nei territori già segnati da classi numerose e carenze di personale. La qualità dell’insegnamento e la tutela del lavoro dei docenti devono restare priorità irrinunciabili”.

Ecco perché, ha proseguito la sindacalista, l’impressione è che il decreto “pur affrontando questioni reali, non fornisca alle comunità educative gli strumenti indispensabili per rendere effettive le misure previste”.

Il sindacato autonomo chiede, quindi, “che ogni intervento normativo sia accompagnato da risorse adeguate, da una programmazione pluriennale e da un dialogo preventivo con le rappresentanze dei lavoratori. Solo così sarà possibile garantire una scuola realmente inclusiva e capace di rispondere ai bisogni delle comunità educative”.

Barbacci (Cisl Scuola): era meglio “affidarsi all’autonomia delle scuole”

Diverse perplessità, sempre sul decreto scuola, emerse anche da un sondaggio tra i docenti realizzato dalla ‘Tecnica della Scuola’, sono state esternate anche da Ivana Barbacci, segretaria generale della Cisl Scuola, la quale, sempre a colloquio con l’Ansa, si chiede “qual è la vera finalità di questa norma. Se l’obiettivo è evitare concentrazioni di alunni con difficoltà linguistiche e favorirne l’integrazione, è un tema sul quale è giusto intervenire in maniera concreta. Ma pochi giorni fa la presidente del Consiglio aveva posto la questione in termini diversi, affermando che non può accadere che in una classe italiana gli alunni italiani diventino minoranza. Sono due impostazioni che non coincidono: un conto è favorire l’inclusione, altro è considerare un problema la presenza numericamente prevalente di alunni stranieri“.

Barbacci, poi, ritiene che vi sia un problema “di praticabilità: la composizione delle classi dipende dalla realtà demografica dei territori e in molte situazioni rispettare rigidamente il limite del 30% potrebbe essere estremamente difficile. Non vorremmo che l’ennesima responsabilità finisse per ricadere sulle scuole e sui dirigenti, chiamati ad applicare una norma non sempre materialmente applicabile. Per questo ci chiediamo se servisse davvero una legge o se non fosse più efficace affidarsi all’autonomia delle scuole, sostenendola con risorse adeguate”.

“Se l’obiettivo è davvero l’integrazione – conclude Barbacci, esternando le medesime conclusioni dello Snals -, servono soprattutto più strumenti per l’insegnamento dell’italiano, mediazione linguistica e culturale, organici adeguati e classi meno numerose. L’inclusione non si costruisce fissando una percentuale, ma mettendo le scuole nelle condizioni di realizzarla ogni giorno”.

Giannelli (Anp): a livello didattico l’intervento è del tutto condivisibile

Chi, invece, apprezza l’intervento del Governo sull’introduzione del limite di presenza di stranieri in classe, è l’Associazione nazionale presidi Anp, il cui presidente nazionale, Antonello Giannelli, si dice contrario “a qualsiasi interpretazione ideologica, utile solo ad alimentare una legittima polemica tra partiti. Il tema affrontato dal decreto è delicato e reale, anche se il suo impatto numerico sarà presumibilmente limitato”.

Secono il presidente Anp, “dal punto di vista didattico, l’intervento è del tutto condivisibile: per insegnare ai non italofoni la lingua italiana più efficacemente, è preferibile che siano molto meno numerosi degli italofoni. L’apprendimento iniziale di una lingua, infatti, non discende solo dal docente, ma soprattutto dal peer learning con i compagni. Equilibrare tra classi e tra scuole la concentrazione dei non italofoni favorisce dunque il processo di integrazione”.

Presto, in ogni caso, continua il numero uno dell’Anp, avremo “il vero banco di prova”, costituito “dall’applicazione concreta della norma. Soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria, la prossimità è un elemento essenziale: non possiamo pensare che una famiglia debba percorrere molti chilometri per accompagnare ogni giorno un bambino piccolo a scuola. In tali casi, le deroghe saranno inevitabili”.

Giannelli reputa “positivo anche il potenziamento dell’insegnamento dell’italiano come L2. Le risorse stanziate sono consistenti ma naturalmente si renderà necessario valutarne in corso d’opera la congruità”.

“In definitiva, la scuola continuerà a svolgere il ruolo affidatole dalla Costituzione: garantire il diritto all’istruzione, promuovere l’integrazione e consentire a tutti gli studenti di apprendere nel modo più efficace possibile. Vigileremo affinché i dirigenti scolastici dispongano di regole chiare e strumenti effettivamente utilizzabili, perché non potrebbero risolvere da soli una questione che riguarda l’intera comunità”.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate