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27.09.2026
Aggiornato alle 15:39

La “rivoluzione culturale” di Meloni e Valditara: un’altra trovata demagogica

    Non mi meraviglia troppo che il primo ministro Meloni non si interessi in modo preciso e puntuale alla scuola. Ha troppe gatte da pelare (lo dico senza alcuna punta di ironia): il collocamento internazionale del nostro Paese, i rapporti con Trump, il processo di riarmo, la situazione economica dell’Italia, giù giù sino al prezzo della benzina e dei carburanti, i rapporti interni alla propria coalizione, la legge elettorale etc. etc.

    La scuola perciò non può costituire la sua prima preoccupazione. Forse qualcuno, come me, è rimasto colpito, nell’elenco delle “riforme”, presentato dalla Meloni di fronte al suo pubblico in delirio, che la scuola comparisse per due cosiddette “riforme”: quella dell’esame di matutità (“se stai zitto all’orale ti boccio” e poche altre modifiche inessenziali, in genere un ritorno ad un passato non memorabile) e quella della modifica del test di ingresso a Medicina (ha prodotto polemiche e giuste critiche a non finire: rimando ai giornali del periodo). Mi son detta: e la riforma dei tecnici, la cosiddetta filiera tecnico-professionale che sta così a cuore al Ministro del MIM? È vero che non è ancora completata, ma questo non è certo un impedimento in fase di elenco di “riforme epocali”, visto che Meloni, nell’elenco, ha inserito anche la riforma dela Giustizia, sonoramente bocciata al referendum del marzo scorso.

   Ora, però, mi meraviglio eccome, di fronte all’ultima esternazione del Presidente del Consiglio: “C’è un pregiudizio che, in Italia, dura da decenni: chi sceglie un istituto tecnico o professionale fa una scelta di serie B rispetto a chi si iscrive al liceo. È un’ingiustizia verso centinaia di migliaia di ragazzi e i loro insegnanti, e un danno per l’Italia”. Ancora: “Non è un semplice cambio di “targa”– sottolinea la presidente del Consiglio – È una rivoluzione culturale, che riconosce finalmente a quei percorsi la stessa dignità degli altri. Perché per noi le scuole sono di pari valore, come i ragazzi che le frequentano. E, insieme a questa riforma, arrivano anche la revisione del monte ore degli istituti tecnici e 10 milioni di euro in più per i campus della filiera formativa tecnologica-professionale”.

   La c.d. rivoluzione era già stata annunciata mesi fa dal ministro Valditara, che aveva addirittura tirato in ballo l’antica Grecia, scomodando, senza timore del ridicolo, Aristotele e Teofrasto, grandi sostenitori, a suo avviso, di un liceo in cui filosofia, zootecnica e agronomia vanno a braccetto.  Forse, però, oltre a scegliere i riferimenti che più piacciono, si farebbe bene a guardar le cose così come sono. Capisco che la valanga di critiche che Valditara si era attirato con la riforma dei tecnici e con il tentativo di varo del “4+2” abbia portato il ministro a considerare la necessità di rivedere il lavoro fatto. Capisco anche che ormai siamo entrati nel territorio poco raccomandabile della campagna elettorale. Ma c’è proprio bisogno di cercare di prendere per il naso lavoratori della scuola, studenti, genitori, cittadini tutti?

    Già la questione del “tetto del trenta per cento” nelle  aule era stata impostata molto male e non ha retto a critiche appena appena puntuali (non ideologiche, ma concrete e derivanti in primo luogo da una palese non fattibilità del provvedimento). Ma adesso che Meloni venga a parlarci di “rivoluzione” poiché tecnici e professionali si denomineranno licei e che ci voglia convincere che non è una vuota etichetta ma vera sostanza in nome della parità di tutti i percorsi educativi, è davvero una presa in giro.

   In primo luogo, Meloni non rivendichi nessuna primazia: nella troppo riformata scuola italiana fu la “riforma Moratti”, nel 2003 che introdusse il “liceo tecnologico” e che intendeva far confluire l’istruzione tecnica nel sistema dei licei, tranne poi creare un “sistema duale” che affidava alle Regioni la formazione professionale, dividendo così nettamente ragazzi destinati a studiare e ragazzi addestrati al lavoro.  Le contraddizioni non mancavano nemmeno allora.

   Poi, da Moratti a Bianchi, passando per Fioroni è stato un coro unanime: istruzione professionale e tecnica devono avere pari dignità rispetto ai licei, sono importantissime, almeno quanto i licei, bla bla bla. Un gran chiacchiericcio, volto a nascondere sotto parole “progressiste” lo stigma della scuola italiana: da decenni è una scuola classista (ammesso che il breve periodo in cui la scuola è stata davvero volano di emancipazione sociale se lo ricordi ancora qualcuno). In sintesi: i licei tecnici, tecnologici, professionali non sono affatto una novità. Finora, però, la pari dignità con i licei esiste soltanto nelle velleitarie parole dei ministri.

    La realtà dei fatti ce la presenta, in parte, l’ultimo resoconto dell’INVALSI. Personalmente sono critica rispetto alle modalità di rilevazione degli apprendimenti realizzati dall’INVALSI, ma ciò non toglie  che tale rilevazione sia frutto di un lavoro che ci può offrire risultati interessanti. Nel 2026, il Rapporto relativo alle prove Invalsi afferma:

“Complessivamente la quota maggiore di studenti e studentesse che raggiungono almeno il livello obiettivo si registra nei licei classici, scientifici e linguistici (83%). Il valore si riduce sensibilmente negli altri licei (63,1%); si fa però ancora più contenuto negli istituti tecnici (51,8%) e, soprattutto, negli istituti professionali (27,1%). Il sensibile divario osservato tra i licei classici, scientifici e linguistici e gli altri percorsi liceali può essere interpretato alla luce di almeno due fenomeni tra loro intrecciati. Da un lato, il progressivo processo di licealizzazioneche ha caratterizzato il sistema scolastico italiano negli ultimi decenni – ossia la crescente preferenza di famiglie e di studenti e studentesse per i percorsi liceali – ha modificato profondamente la composizione interna di questo ramo di istruzione secondaria di secondo grado. Dall’altro, l’espansione dell’offerta e della domanda di istruzione liceale ha portato alcuni indirizzi ad accogliere una popolazione studentesca sempre più diversificata, sia sotto il profilo degli apprendimenti pregressi sia per quanto riguarda le caratteristiche socio-economiche e culturali di provenienza”.

  Uscendo dal linguaggio piuttosto ridondante del Rapporto, ciò significa che negli “altri licei” si ritrova una popolazione scolastica di varia origine socio-economico-culturale: rispetto al liceo tradizionale  più svantaggiata per quel che riguarda la famiglia d’origine; nei tecnici e nei professionali l’origine del divario è senz’altro da attribuire alla collocazione sociale ed economica delle famiglie di provenienza.

   Cosa pensano di fare Meloni e Valditara per colmare il divario? Anche in questo caso il problema non è formale ma sostanziale: quale supporto dare alle scuole tecniche e professionali per allinearsi con i licei? Se vogliamo essere più precisi e mostrare ancor meglio come la volontà di dare dignità ai percorsi tecnici e professionali sia soltanto una buona intenzione suggeriamo al ministro del MIM e alla presidente del Consiglio di interrogarsi sul gap di venti punti percentuali che divide gli studenti dei licei “veri” da quelli degli altri percorsi liceali, creatisi a partire da quella legge 53 del 2003 voluta da Moratti.

   Possiamo con sicurezza affermare che la sbandierata “rivoluzione” tale non è, che negli ultimi venti e passa anni i correttivi per migliorare l’apprendimento degli studenti che non frequentano i licei tradizionali non sono stati efficaci e che, in un Paese che da tempo non ha un piano né uno sviluppo industriale continuare a dire che il problema della disoccupazione giovanile è che la scuola non prepara al lavoro è una indecorosa menzogna, per giunta del tutto inutile.

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