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Aggiornato il 03.11.2025
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Dilagano i revisionismi sulla Resistenza: l’educazione civica e la Storia possono disinnescarli

«Tante stragi d’innocenti non sarebbero avvenute, se i partigiani, anziché sparare sui tedeschi, avessero aspettato che gli Alleati liberassero l’Italia». Sempre più spesso i giovanissimi ripetono come un mantra sciocchezze di questo tipo, reiterate per decenni dai detrattori del 25 aprile. Spesso vicini alla destra estrema, costoro riescono, aiutati dal decadere dell’istruzione scolastica, a ribaltare la verità storica, per cambiare la memoria collettiva — e quindi gli assetti politici — della nazione che inventò il fascismo e lo subì per 20 anni, riuscendo alla fine a liberarsene e a metterlo fuori legge. Cliché come il suddetto abbondano, dilagano e, nell’ignoranza sempre più generalizzata, diventano convinzioni di massa. Un classico: «I partigiani non cambiarono le sorti della guerra, perché non sapevano nemmeno combattere». «La storia è sempre riscritta dai vincitori». «I partigiani erano tutti comunisti».

La Repubblica nata dalla Resistenza deve insegnare la Resistenza

Come si combatte una simile sequela di inesattezze e menzogne? Con gli unici strumenti validi sempre: cultura, studio, onestà mentale, pacatezza e ragionamento. Lavoro da fare a scuola, e che solo la Scuola può compiere. Non solo nel programma di storia, però: anche perché, relegando l’argomento all’ora di storia o alle materie umanistiche, lo si affronterebbe solo nell’ultimo anno delle scuole secondarie di secondo grado. Una tematica così fondamentale, piuttosto, va affrontata mediante il curricolo di educazione civica, visto che proprio nella Resistenza antifascista affondano le proprie radici la nostra Repubblica e la nostra Costituzione, che hanno rinnegato tutti i dogmi, gli equivoci propagandistici, il bellicismo, il razzismo, l’autoritarismo, le falsità del Ventennio fascista, col proposito di mai più rivederli tornare.

Il Paese, che per primo si ammalò di fascismo, deve vaccinarsi contro il neofascismo

Per non ammalarsi di alcune malattie, qualsiasi organismo umano deve sottoporsi al richiamo dei vaccini già ricevuti. Così il nostro Paese, nel cui sangue vivono germi che già hanno generato il fascismo: se non combattuti, questi germi potrebbero farlo ammalare, un secolo dopo, della stessa malattia. Anche perché i testimoni diretti della tragedia nazifascista sono oramai morti quasi tutti: ragione per cui la memoria va rinnovata mediante l’intelligenza, l’educazione e la conoscenza.

I partigiani provenivano da tutte le forze politiche antifasciste

I partigiani erano tutti comunisti? Falsissimo. Alla Resistenza parteciparono esponenti di tutte le forze politiche antifasciste: socialisti (Brigate Matteotti), cattolici, anarchici, monarchici; un quinto dei partigiani erano “azionisti” di Giustizia e libertà; i comunisti (delle Brigate Garibaldi) erano non più della metà del totale dei combattenti antifascisti.

Resistenza: uno dei pochi casi in cui la Storia rischia d’esser riscritta dagli sconfitti

La Storia è sempre riscritta dai vincitori? Non in questo caso, visto che proprio gli sconfitti tentano, dopo 80 anni, di riscriverla a proprio piacimento. Anche perché l’amnistia, voluta da Togliatti col decreto presidenziale 22 giugno 1946, n.4, scarcerò l’83% dei fascisti catturati. Su 12.000 fascisti detenuti, pochi anni più tardi ne restavano in carcere 252. Nell’apparato statale continuarono indisturbate le medesime carriere iniziate nel Ventennio. Inutile dire che tutti costoro utilizzarono la libertà, concessa loro dalla democrazia, per propagandare la propria versione dei fatti, tentando di riscrivere la Storia. Dal 1946 in poi, d’altro canto, i partigiani furono processati a migliaia per “reati” commessi durante la Resistenza: “omicidio premeditato” (l’aver fucilato una spia), “sequestro di persona” (l’aver arrestato fascisti, come documenta la storica Michela Ponzani).

Nel 1948 il libro Ho difeso la patria del maresciallo Rodolfo Graziani — “il macellaio del Fezzan”, dichiarato criminale di guerra dalla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra a causa degli orrori da lui perpetrati ai danni della popolazione civile libica ed etiope — andò a ruba. Ministro delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana di Salò (stato fantoccio al servizio di Hitler, cui la RSI aveva perfino ceduto parte del Triveneto, rendendolo tedesco), nel 1953 Graziani divenne presidente onorario del neofascista Movimento Sociale Italiano: il partito dalle cui ceneri nacque nel 2012 Fratelli d’Italia, fondato da Guido Crosetto, Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, attuale Presidente del Consiglio. Nel 2012 il comune di Affile ha dedicato a Graziani un sacrario, con grande scandalo internazionale.

Partigiani inutili e imbelli? I tedeschi li temettero, gli Alleati li stimarono

I partigiani non cambiarono le sorti della guerra, perché non sapevano nemmeno combattere? Non era di questa opinione Albert Kesserling (comandante supremo dell’esercito di occupazione tedesco in Italia), che definì “peste” i partigiani italiani. Nemmeno gli Alleati consideravano incapaci i nostri partigiani, visto che li rifornirono  d’armi, certi che di esse i partigiani avrebbero fatto ottimo uso.

La Resistenza non fu lotta di popolo? Panzana contraddetta dalle cifre: furono “solo” 125 le città italiane, che insorsero e scacciarono i tedeschi, liberandosi da sole ben prima che gli Alleati arrivassero. Per questo dopo la guerra l’Italia non fu trattata dagli Alleati stessi con la stessa durezza con cui essi trattarono la Germania.

45.000 partigiani trucidati in 19 mesi. Quasi 4.000 le partigiane. A Roma i primi caduti

Infamare la Resistenza è infangar la memoria di chi morì per liberarci tutti. Come quei 53 (11 civili e 42 soldati) caduti il 10 settembre 1943 alla Montagnola (quartiere di Roma) per impedire che la Capitale fosse occupata dai nazisti. Come i 45.000 uccisi, i 20.000 mutilati o invalidi, le 4.653 partigiane torturate e/o arrestate, le 2.812 passate per le armi o impiccate, le 2.750 deportate, le 1.070 morte in battaglia per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Una cosa sono le chiacchiere e la propaganda. Altro è la Storia e la verità. La Scuola — definita da Piero Calamandrei “organo costituzionale” della democrazia, l’istituzione più importante per realizzare l’uguaglianza e la dignità di tutti i cittadini — non può e non deve dimenticarsene.

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