Lo scorso 12 gennaio il Consiglio dei Ministri ha deliberato il commissariamento di Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna per il mancato recepimento dei piani di dimensionamento della rete scolastica in vista del prossimo anno scolastico.
La decisione è arrivata dopo il mancato rispetto delle scadenze previste e coinvolge una riforma strategica inserita tra gli interventi del PNRR. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, ai microfoni de Il Corriere della Sera, ha spiegato perché: “Erano rimaste le uniche a non aver fatto gli accorpamenti delle scuole previsti dal Pnrr nonostante avessimo concesso loro negli scorsi due anni ben due deroghe, che ci sono costate 16 milioni di euro”.
“Ci sono due sentenze e un’ordinanza della Corte Costituzionale, sei sentenze del Consiglio di Stato e tre del Tar che hanno dato ragione a noi contro i loro ricorsi”, ha aggiunto. “La Corte Costituzionale ha confermato che non si chiudono plessi scolastici né si intacca il servizio agli studenti, anzi, riducendo le attività amministrative dei dirigenti, si garantisce maggiore efficienza. È un accorpamento giuridico di due enti che diventano uno, ma le scuole rimangono le stesse, negli stessi luoghi. Il servizio non è intaccato: nelle scuole che accorpiamo, c’era già un preside reggente e noi non licenziamo personale”.
“Il dimensionamento, che ha stabilito un rapporto fra la popolazione studentesca e il numero di scuole è stato voluto e concordato dal governo Draghi con la Commissione Europea, trasformandolo in un obiettivo del Pnrr, alla cui realizzazione è collegato il pagamento di alcune rate. Noi abbiamo migliorato i criteri che avevamo ereditato ‘salvando’ 187 autonomie scolastiche. Abbiamo ridotto di 80 unità nel 2025 gli accorpamenti considerando il minor calo della popolazione studentesca. Non dimensionare è una scelta politica. Leggo da parte di esponenti dell’opposizione e della Cgil alcune affermazioni allarmistiche del tutto false: questo è prendere in giro i cittadini. Aggiungo che se non si accorpano le scuole come è stato promesso all’Europa sottoscrivendo il Pnrr, rischiamo di dover restituire una parte della seconda e della quarta rata e di mettere in discussione il pagamento dell’ultima. E’ questo che vogliono?”
“La Corte Costituzionale aveva invitato le Regioni alla leale collaborazione. È quello che ha fatto la nuova giunta della Campania che ha promesso di presentare il piano entro fine gennaio. La Toscana ha predisposto correttamente il piano per poi sospenderlo. Ormai non c’è più tempo anche perché entro fine gennaio dobbiamo fare le iscrizioni degli studenti, organizzare il nuovo anno scolastico. Non vedo per quale motivo solo loro non debbano collaborare”, ha concluso.
Il Governo ha chiarito che il provvedimento non comporta la chiusura di plessi scolastici, ma riguarda esclusivamente la riorganizzazione amministrativa delle istituzioni scolastiche. Un passaggio necessario per garantire la continuità del sistema e rispettare gli impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea, evitando il rischio di perdita delle risorse già assegnate.
Sulla legittimità della riforma si è espressa più volte anche la Corte costituzionale, che in tre pronunce ha confermato la correttezza dell’azione governativa, sottolineando la necessità di una leale collaborazione tra Stato e Regioni. Analogamente, i ricorsi presentati dalle Regioni interessate sono stati respinti da tre sentenze del TAR e da sei pronunce del Consiglio di Stato, che hanno avallato l’impianto normativo della misura.
Prima di arrivare al commissariamento, alle quattro Regioni erano state concesse due proroghe, fino al 30 novembre e successivamente al 18 dicembre, senza che venissero però completate le formalizzazioni richieste. Da qui la decisione del Consiglio dei Ministri.
Di segno opposto la lettura della Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL, che in una nota definisce il commissariamento “un atto gravissimo” e accusa il Governo di utilizzare il PNRR in modo strumentale per giustificare una politica di tagli. Secondo il sindacato, il Piano non impone la soppressione delle autonomie scolastiche, ma invita piuttosto a intervenire per migliorare la qualità del servizio, anche attraverso la riduzione del numero di alunni per classe.
La FLC CGIL ricorda che il dimensionamento già avviato ha comportato la soppressione di circa 700 istituzioni scolastiche, con la perdita di circa 1.400 posti tra dirigenti scolastici e DSGA, oltre a ricadute negative sugli organici del personale docente e ATA. “Il commissariamento – sottolinea il sindacato – conferma la volontà del Governo di imporre scelte calate dall’alto, escludendo il confronto con Regioni ed enti locali e colpendo in modo particolare i territori più fragili”.
Sulla stessa linea la Rete degli Studenti Medi del Lazio, che parla apertamente di una scelta “grave” da parte dell’esecutivo. Secondo l’organizzazione studentesca, le Regioni commissariate avrebbero agito per tutelare il diritto allo studio, opponendosi a un piano di accorpamenti considerato dannoso. “Lo scorso anno nel Lazio sono state accorpate 23 autonomie scolastiche – ricorda la coordinatrice regionale Bianca Piergentili – una scelta contro cui ci siamo mobilitati. Quest’anno non ci sono stati accorpamenti e ci aspettiamo che la Regione continui su questa strada, mettendo al primo posto il diritto allo studio”.
Una posizione più articolata arriva dal sindacato Anief. Il presidente Marcello Pacifico riconosce che il dimensionamento è previsto dagli accordi siglati dal precedente Governo in sede europea, ma sottolinea come l’applicazione concreta della norma abbia prodotto effetti opposti rispetto alle finalità dichiarate. “Negli ultimi quindici anni il numero dei presidi è quasi dimezzato – afferma Pacifico – passando da circa 12 mila a poco più di 7 mila. Sono state dimenticate le esigenze delle scuole in aree isolate o ad alto rischio di dispersione”.
Per Anief, il tema impone una revisione complessiva delle norme: se si vuole considerare la scuola un presidio di legalità e una presenza fondamentale dello Stato sul territorio, occorre ripensare profondamente le politiche di dimensionamento, evitando interventi che rischiano di indebolire ulteriormente il sistema scolastico pubblico.