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23.09.2026
Aggiornato il 17.10.2026 alle 00:25

Dimmi come mangi e ti dirò chi sei, quando il cibo diventa strumento per esprimere il disagio giovanile: la scuola può avere un ruolo importante

pexels

Dietro al rapporto anomalo con gli alimenti possono esserci emozioni difficili da esprimere, ansia, isolamento, problemi relazionali e una percezione alterata del proprio corpo: è una realtà che riguarda sempre più da vicino bambini e adolescenti e che, proprio per questo, coinvolge inevitabilmente pure il mondo dell’Istruzione e della formazione.

Le parole della psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini

Secondo l’intervento della psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e full member dell’International Psychoanalytical Association, il fenomeno non è di poco conto: almeno un giovane ogni venti sperimenta oggi, purtroppo, un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione.

La questione, però, non riguarda soltanto anoressia e bulimia nelle loro forme più conosciute. Uno studio pubblicato nel 2026 su European Child & Adolescent Psychiatry, stima una prevalenza di oltre il 5% tra bambini e giovani e indica negli Osfed, cioè gli altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione specificati, la categoria più frequente.

Va anche considerato che la sofferenza del ragazzo può non essere visibile da subito e può manifestarsi attraverso comportamenti apparentemente lontani dall’immagine tradizionale del disturbo alimentare.

L’esordio, inoltre, si sta spostando verso età più basse. Anche il ministero della Salute sottolinea che “i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono frequenti soprattutto in adolescenza e nella giovane età adulta e che, negli ultimi decenni, l’età di esordio di anoressia e bulimia si è abbassata. Il riconoscimento precoce è considerato fondamentale perché un trattamento tempestivo può migliorare le possibilità di successo”.

A scuola non si fa solo educazione alimentare

Anche a scuola, il tema non può essere ridotto all’educazione alimentare intesa come semplice conoscenza delle calorie o dei nutrienti: un ragazzo trascorre infatti una parte importante della propria giornata tra compagni, insegnanti, interrogazioni, verifiche e attività extrascolastiche. Ed in questo contesto alcuni comportamenti anomali possono rivelarsi portatori di problemi da affrontare.

Lucattini sostiene che “l’attenzione va rivolta soprattutto nei più piccoli, sulla selettività alimentare, sul rifiuto di determinate consistenze o sapori, sullo scarso interesse per il cibo e, nei casi più problematici, sulla paura di soffocare o vomitare, accompagnata da ansia e rigidità durante i pasti. In un’età in cui è ancora difficile dare un nome alle proprie emozioni, il corpo e l’alimentazione possono diventare una forma concreta attraverso cui esprimere un disagio”.

A scuola, come in famiglia, quindi, non dovrebbe essere osservato soltanto il comportamento alimentare del ragazzo: un cambiamento improvviso e soprattutto persistente può accompagnarsi a isolamento, perdita di interesse per le attività, difficoltà nelle relazioni, ansia crescente o frequenti disturbi somatici e gastrointestinali. Tra i campanelli d’allarme indicati dalla specialista rientrano anche “l’eliminazione improvvisa di alcuni alimenti, rituali sempre più rigidi durante i pasti, il salto dei pasti, la crescente preoccupazione per peso e corpo e un’attività fisica vissuta in maniera compulsiva”.

Tutto questo non significa, naturalmente, trasformare gli insegnanti in medici che fanno una diagnosi, ma piuttosto permettere alla scuola, nel suo complesso, di accorgersi quando qualcosa cambia e di non liquidare automaticamente quei segnali come semplice svogliatezza, capriccio o fase adolescenziale.

Anche le istituzioni dicono la loro

Il ruolo della scuola emerge anche dalle indicazioni istituzionali sull’educazione alimentare. Le linee guida del Ministero dell’Istruzione sull’educazione alimentare individuano “la scuola come un luogo privilegiato per costruire una cultura dell’alimentazione, grazie alla presenza quotidiana degli studenti, al rapporto con le famiglie e alla possibilità di affrontare il tema attraverso diverse discipline”.

Nel 2026 anche l‘Istituto Superiore di Sanità ha rilanciato, attraverso la pubblicazione delle indicazioni sugli ambienti alimentari scolastici, un modello nel quale la salute non viene affidata a una singola lezione, ma a un insieme di interventi che coinvolgono ambiente scolastico, curriculum, comunità e servizi sanitari.

L’OMS, in particolare, raccomanda “di considerare la scuola come un ambiente strategico per promuovere abitudini sane e ridurre le disuguaglianze, evitando al tempo stesso la stigmatizzazione”.

Il mondo digitale

A complicare il quadro c’è però anche il mondo digitale. Per gli adolescenti il confronto con gli altri non termina più quando si esce dalle aule e dai laboratori scolastici: continua attraverso smartphone, fotografie, video e piattaforme social.

I dati italiani dell’indagine HBSC-Italia 2022 mostrano che il 13,5% degli adolescenti presenta un uso problematico dei social media. Nella rilevazione internazionale HBSC dell’OMS, condotta su quasi 280mila ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni, la quota di uso problematico è passata dal 7% del 2018 all’11% del 2022.

La questione non è sostenere che i social sono causa automaticamente un disturbo alimentare. Il rapporto è più complesso e coinvolge situazioni individuali, ambiente familiare, relazioni e altri fattori. Tuttavia, l’esposizione continua a immagini e modelli estetici può aumentare il confronto con gli altri.

Sempre l’esperto Lucattini descrive “il rischio di passare da un corpo vissuto a un corpo continuamente osservato, confrontato e sottoposto all’approvazione esterna”.

La scuola, quindi, può diventare anche uno spazio di alfabetizzazione digitale. Non soltanto insegnare come utilizzare una piattaforma, ma aiutare gli studenti a comprendere che ciò che vedono online è spesso selezionato, costruito e modificato e non rappresenta necessariamente la realtà quotidiana.

Il clima psicologico

Un altro elemento da non trascurare è il clima psicologico nel quale crescono gli adolescenti. Secondo il rapporto HBSC dell’OMS pubblicato nel 2024, basato su 279.117 ragazzi di 11, 13 e 15 anni, la percentuale di adolescenti che dichiarano di sentirsi molto sostenuti dalla famiglia è scesa dal 73% del 2018 al 67% del 2022. Nello stesso periodo è aumentata la pressione legata alla scuola, soprattutto tra le ragazze di 15 anni: dal 54% al 63%.

Sono dati che non permettono di stabilire un rapporto diretto tra pressione scolastica e disturbi alimentari, ma aiutano a comprendere il contesto nel quale alcuni adolescenti vivono il proprio rapporto con sé stessi. La scuola, quindi, non è soltanto il luogo dove possono essere individuati alcuni segnali: può essere anche uno degli ambienti nei quali costruire relazioni di sostegno.

L’OMS sottolinea infatti: “bisogna dare importanza al sostegno proveniente contemporaneamente da famiglia, coetanei e scuola”. Però va detto che i dati HBSC evidenziano un calo del sostegno percepito da insegnanti e compagni tra il 2018 e il 2022.

Il ruolo centrale della famiglia e degli amici

Anche la famiglia deve essere coinvolta, ma senza che diventi il bersaglio di colpevolizzazioni. Certo, va anche detto che quando il disagio diventa intenso, le conseguenze non rimangono confinate alla sfera alimentare. Possono coinvolgere amicizie, partecipazione alla vita scolastica, concentrazione, attività sportive e rapporto con i compagni. Nella stessa intervista Lucattini individua “il ritiro e l’isolamento, con la perdita di interesse per scuola, amici e attività, tra i segnali da osservare”.

Uno studente in difficoltà non dovrebbe essere definito attraverso il proprio disturbo, né diventare oggetto di commenti sul peso, sull’aspetto fisico o sulle abitudini alimentari.

Alla fine, il messaggio rivolto agli studenti è forse il più semplice: non è necessario aspettare che il problema diventi enorme prima di parlarne. Lucattini: “invita i ragazzi a non concentrarsi ossessivamente sul proprio corpo nei momenti di maggiore fragilità, a non utilizzare il cibo come strumento di punizione o controllo, a non isolarsi e a rivolgersi a una persona di fiducia, che può essere un genitore, un insegnante, un medico o uno psicologo”.

In una scuola che vuole occuparsi davvero del benessere degli studenti, quindi, parlare di alimentazione non significa soltanto parlare di cosa mettere nel piatto. Significa parlare di emozioni, relazioni, social network, solitudine, pressione, identità e capacità di chiedere aiuto.

Perché quando il cibo diventa lo strumento attraverso cui un ragazzo comunica una sofferenza, la risposta non può limitarsi a dirgli cosa mangiare. Deve prima di tutto permettergli di trovare qualcuno disposto ad ascoltare ciò che non riesce ancora a dire.

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