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02.09.2025

Divisa scolastica: in Italia piace poco, forse fa tornare alla mente le uniformi del ventennio

E’ di queste ore la notizia di una scuola della Sicilia  dove si intende introdurre l’obbligo della “divisa” per gli alunni e per le alunne.
Le motivazioni sembrano nobili e condivisibili: in tal modo si evitano confronti fra di carattere sociale, si elimina la competizione e si limitano gli episodi di bullismo.
Motivazioni che, da sempre, i fautori delle “divise scolastiche” hanno addotto fin da quando questo tipo di abbigliamento venne introdotto nelle aule.
Difficile risalire al periodo esatto in cui la divisa venne introdotta a scuola anche perché non sempre e non dappertutto la materia è stata regolata con leggi o regolamenti.
In alcuni Paesi (Giappone, Corea, India) le uniformi scolastiche sono obbligatorie, nel Regno Unito lo erano fino alla fine della seconda guerra mondiale. In Germania e in Francia non esistono norme in tal senso e non vi è neppure una particolare tradizione.
Molto spesso la “divisa” viene incoraggiata perché aiuterebbe a costruire una sorta di “senso di appartenenza”: in molti Paesi anglosassoni, per esempio, si usano spesso distintivi o altri contrassegni diversi da scuola a scuola.
In Italia non vi è mai stata una norma che imponesse l’uso di una particolare uniforme anche se, di fatto, durante il periodo fascista le divise scolastiche erano molto diffuse e, spesso, erano gli stessi maestri o i professori che richiedevano agli allievi di adeguarsi.
E altrettanto spesso le uniformi erano anche quelle che distinguevano le  diverse età dei “piccoli fascisti”: dai 6 agli 8 anni erano “figli della lupa” e indossavano la camicia in cotone nero con mostrine e fascia bianca alla vita; poi da 8 anni fino ai 13 si diventava “piccoli Balilla” e il colore della fascia diventava nero. Per le bambine divise diverse a seconda che fossero “figlie della lupa” o “piccole italiane”.
Le uniformi però avevano un certo costo e non tutti potevano comprarle e quindi, in pratica, non c’era un obbligo vero e proprio anche se le cronache dell’epoca parlano di insegnanti che suggerivano agli alunni di chiederla in dono per Natale a “Gesù Bambino”.
Un fatto è certo: nel nostro Paese la divisa scolastica è stata spesso associata, forse anche erroneamente, ad una fase storica infelice.
Ed è forse per questo motivo che questo genere di abbigliamento non ha attecchito molto e non è entrato nella tradizione.
Nel 2008 la ministra Mariastella Gelmini provò a rilanciare l’idea di introdurre l’uso dei “grembiulini” almeno nella scuola primaria, ma senza molto successo. Nel 2019 il ministro Bussetti, con il pieno sostegno di Matteo Salvini, tornò sulla questione, senza però riuscire ad emanare una norma in tal senso.
Ogni tanto qualche scuola ci prova, ma non sempre con successo, anche perché in contesti sempre multiculturali risulta davvero difficile introdurre regole che in un modo o nell’altro mirano a ridurre le differenze culturali.

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